sábado, 25 de febrero de 2017

Problemi dell’emigrazione italiana, de Ernesto d'Albergo (1949?)



«La tempestività della iniciativa che si è assunta la Camera di Commercio di Bologna, con il conforto di adesione delle altre Camere, della autorità di governo, di studiosi e degli ambienti della produzione e del lavoro, merita di essere sottolineata per l’elogio che si ha il dovere di rivolgere al Presidente ed alle commissione che hanno collaborato al successo dell’iniziativa medesima.
È questo il momento storico in cui il problema va reimpostato con ampiezza di panorama, ora che si viene a dare un certo assetto alla economica internazionale si rafforzano ed orientano i rapporti internazionali dell’Italia. In certo senso il congresso di Bologna è il naturale complemento di quello promosso dalla Confederazione dell’industria sui problemi della disoccupazione operaia. Non è venuta meno l’indicazione della soluzione della emigrazione fra quelle che possono conocrrere alla più ampia impostazione del problema della utilizzazione delle forze crescenti di lavoro dell’Italia.
Per rendersi conto delle direttive che in Italia sono state seguite in questo campo, quasi con ricorrere dei motivi che nei secoli giustificarono la scienza nuova Vichiana, notiamo l’alternarsi di visioni favorevoli e contrarie alla emigrazione. Sono i lati subiettivi della politica e della psicologia dei popoli. Se fosse possibile senza timore di eccedere in generalizzazioni, si dovrebbe dire che il prevalere di sentimenti operanti in senso nazionalistico e della affermazione in sede di espansione coloniale, abbia creato orientamenti di politica anti-emigratoria.
Si pensi all’atteggiamento di Crispi, dalla ideologia dello “stato forte” ed espansivo attraverso imprese coloniali, ed alla contemporanea legislazione che subordinava l’emigrazione degli uomini dai 18 ai 32 anni, ad apposita autorizzazione (mi riferisco alla legge del 30 dicembre 1888). Si deve arrivare al primo testo organizo del 30 gennaio 1901 per avere la dichiarazione della libertà della emigrazione, con clausole per i minori, e con la protezione degli emigranti, fra l’altro organizzando il movimento migratorio con la creazione del Consiglio per l’emigrazione e del Commissariato per l’emigrazione.
Venendo ad epoca a noi più vicina, pur dopo aver detto nel 1923 in una lettera a De Michelis, benemerito dei problemi del lavoro, che “è inutile discutere se l’emigrazione sia un bene o un male essendo l’effetto di una incomprensibile necessità demografica”, Mussolini nel 1927 con il decreto legge del 28 aprile sopprimeva il Commissariato per l’emigrazione sostituendolo con una Direzione genereale degli Italiani all’estero sotto il ministero degli esteri, e poco dopo (18 giugno 1927) sopprimeva il “fondo” per l’emigrazione che diveniva un capitolo del bilancio degli esteri e il Consiglio per l’emigrazione (D.L. 23 ottobre 1927 n. 2146).
L’emigrazione, secondo il testo della circolare del 28 aprile da fatto tecnico-amministrativo, diveniva problema di ordine politico. Incalzava Grandi, sottosegretario, fra l’altro: “noi dobbiamo avere il coraggio d’affermare che l’emigrazione è un male quando, come oggi, essa ha luogo verso paesi stranieri. L’emigrazione è un bisogno, ma sotto la sovranità nazionale. I popoli, oggidì, misurano le loro forze in base alla loro popolazione e alla loro vitalità demografica”. In tale visione si inquadrano in seguito i provvedimenti tendenti ad agevolare il rimpatrio degli Italiani dall’estero.
Soltanto la grande crisi economica mondiale indusse le autorità italiane ad essere più liberali verso l’emigrazione. Naturalmente questa urtava contro le difficoltà che, nel frattempo, all’estero si opponevano alla immigrazione. Per gli Stati Uniti ricordiamo l’Atc  del 16 maggio 1924 che, rendendo più rigorose le restrizioni del 1921 portava al 2% del livello del 1910 il contingente ammesso di provenienza italiana.
È così che verso codesto grande mercato nel periodo 1925-32 la media scendeva a 27.662 immigrati.
Con questo dato, entriamo nell’aspetto quantitativo del fenomeno, che si inquadra nella politica economica del paese nella fase nuova.
Essa è ora di nuovo orientata nel senso della ricerca delle vie per l’espansione del lavoro all’estero. Altro aspetto dei “ricorsi” che si registrano in questo campo, come le citazioni dei due periodi storici dimostrano. Ora il fatto migratorio torna ad essere di carattere economico-amministrativo. Se aspetto politico esso assume, ciò ha luogo nel quadro della progettata Unione Europea e più ancora nello spirito che anima l’ERP ovvero la collaborazione internazionale che non è limitata al campo finanziario o delle quantità economiche obiettive ma deve tener conto del fattore subiettivo, costituito dal lavoro, che è il motore definitivo di quelle che vengono apprezzate come combinazioni produttive, fonti di ricchezza e di benessere nel mondo.»

Ernesto d’Albergo, Problemi dell’emigrazione italiana. Bologna: Dott. Cesare Zuffi – Editore, 1949 (?).


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