miércoles, 25 de enero de 2017

Quanti sono gli italiani in Argentina, de Bruno Zuculin, (1925)



«Molti giovani figli di proprietari di vignetti delle provincie di Mendoza e di San Juan, figli d’italiani od argentini, vengono a studiare alla Scuola enologica di Conegliano; così nelle ‘bodegas’ si parla più italiano che spagnuolo... o meglio argentino, dato che lo spagnuolo parlato nell’Argentina si differenzia ogni giorno più dalla pura lingua castigliana dell’antica Madre-patria, non solo nella pronuncia – giò per yo, cavagio per cavaglio, ecc. – ma anche nella terminologia e nella costruzione dei periodi: oramai non si può certo dire che sia identica la lingua che si parla a Buenos Aires e quella parlata a Santiago, lima o Avana. È però superfluo aggiungere che i nostri emigranti non sospettano affatto tante sottigliezze grammaticali e dicono ‘giò’ con l’assoluta convinzione di parlare come Don Chisciotte. La grande rassomiglianza tra le due lingue è però un potente incentivo alla più rapida snazionalizzazione, così che un puro italiano diventa spesso un vero argentino, cosa che ben di rado succede nei paesi anglo-sassoni, dove la perdita della nazionalità si ha solo alla generazione nata oltre Atlántico. Raramente avvengono mutamenti di cognomi (talvolta giustificati come quello d’un noto medico Ciancio che cambiò nome perchè non voleva vedere sorrisi sulle labbra di chi parlando la lingua del paese doveva forzatamente chiamarlo Dottor Porco), in modo che in tutti gli ambienti sovrabbondano i cognomi italiani, cosa che non succede affatto al Brasile. Per es. nella narina da guerra i discendenti da italiani sono in numero fortissimo, molti figurano tra le alte acriche dell’esercito, nel Senato ed alla Camera dei Deputati, nella magistratura ed in tutti gli impieghi pubblici. Sotto tale punto di vista è fuori dubbio che in nessun altro paese i discendenti da italiani sono così preponderanti ed influenti; per quanto la Repubblica Argentina non abbia ora un Presidente discendente da italiani come le confinanti repubbliche dell’Uruguay e del Cile, essa ha però una italiana di nascita – Regina Pacini de Alvear – al posto di Presidentessa, come rilevai in un articolo precedente, così che il nome dell’Italia è stimato e riverito nella persona della consorte del Presidente Marcello T. de Alvear.
Le trionfali accoglienze che S. A. R. il Principe di Piemonte ebbe in tutte le tappe del suo viaggio nell’Argentina, nelle città e nei villaggi, nelle ‘pampas’ e sulle Ande nevose, provarono a tutti quanto forte sia sempre negli emigrati l’affetto per la Madre-patria che essi vollero salutare nel sorriso del giovane Principe Sabaudo che incantò giovani e vecchi e riscosse le più calorose ed unanimi simpatie.
Un’altra notevolissima prova la diedero gli emigrati durante la guerra quando dall’Argentina, malgrado la lunghezza e le difficoltà del viaggio, accorsero sotto le armi in più alta percentuale che quelli degli altri stati d’oltremare, combattendo valorosamente – spesso senza nemmeno parlare l’italiano, come un mio domestico – e morendo per la Patria che moltissimi – emigrati da bambini – non conoscevano affatto, mentre coloro che rimasero in Argentina costituirono Comitati Pro Patria, raccogliendo tali somme e distribuendo alle famiglie dei richiamati soccorsi settimanali così ingenti da far invidia alle famiglie dei richiamati di tutte le altre nazioni alleate, il che non credo certo sia successo altrove.
In una parola: i connazionali emigrati in Argentina non si ritengono, ed effettivamente non sono, secondi al altri, anche se meno numerosi di quelli emigrati agli Stati Uniti.
Onore a loro!»


Bruno Zuculin, «Quanti sono gli italiani in Argentina», Le vie d’Italia e dell’America Latina. Rivista mensile del Touring Club Italiano. Milano, Anno XXXI, N° 3, Anno II dell’Ediz. per l’America Latina, Marzo 1925.

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