domingo, 13 de octubre de 2013

Il fioraio di Perón, de Alberto Prunetti (2009)



«Di questa America povera. Aveva detto proprio così: di questa America povera. Perché lui separava sempre i concetti come fossero talee distinte, o come marze di specie differenti… qui una di un olivo da spremitura e là una di olive verdi da tavola, e guai se andavano a finire nell’innesto sbagliato: America ricca e America povera, una sopra e l’altra sotto… Anche a quei tempi, sì, anche quando quell’America laggiù, intorno e sotto il trópico del Capricorno, tanto povera non era mica. Allora almeno, un centinaio d’anni fa, quando si mise in moto tutto questo trambusto. Quando fatta l’Italia e gli italiani, i padri della patria, una e tricolorata, si resero conto che i sudditi avevano fame, e figliavano, e si riproducevano, e non si accontentavano di belle parole, ma pane volevano, pane, proprio così.
E allora cominciarono a guardarsi intorno: se questi avevano fame, bisognava mandarli lontano. Di colonie ce n’erano ma non bastavano. Di bagni penali qualcosa c’era, ma i malfattori anarchici li avevano già riempiti tutti. Rimaneva una soluzione: esportare il problema che non si poteva risolvere. Ovverosia spostar la magagna a qualcun altro. Montarli tutti su un barcone, direzione il sol dell’avvenire, che notoriamente sorge a oriente ma poi ci passa sopra e se ne va verso occidente. Allora rotta a ponente, e via, verso la terra promessa: in questo o nell’altro hemisferio. C’era chi partiva per l’America ricca e andava a Chicago o a Detroit, e c’erano quelli che andavano nell’America povera. Che, si intenda bene e a tal fine giovi la ripetizione, tanto povera non era, perché non avevano ancora finito d’affamarla. Quest’America aveva miniere a cielo aperto di carne e di caffè, ricchezze che in Italia se le sognavano, i padri della patria con la loro testa cinta dell’elmo di Scipio. Sicché quando toccò a lui, al fioraio, prese la decisione di andarsene a Buenos Aires. Forse perché aveva qualche contatto, o forse perché tra gli emigrati si diceva che la lingua era più facile, così vicina all’italiano da non dover penare tanto come con l’inglese.»


Alberto Prunetti, Il fioraio di Perón. Introduzione di Massimo Carlotto. Viterbo: Stampa Alternativa, 2009.

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