Seminario a cargo de la Prof. Rosanna Ventura-Piselli
La modalidad de las clases será teórico-práctica, con proyección de imágenes para ilustrar la teoría y visitas virtuales de los rincones romanos relacionados con el tema. Un recorrido por la Roma barroca de una manera diferente, no sólo a través de las obras de arte, sino también con anécdotas, leyendas, curiosidades y fantasmas que giran alrededor de los tres artistas propuestos y sus obras.
Se darán a conocer también el porqué del nombre de algunas calles del recorrido y qué relación tienen con los arquitectos escultores y pintor propuestos.
Inicio: miércoles 3 de abril - 19 a 20:30 hs. Todos los miércoles durante dos meses.
L'Ambasceria straordinaria della Repubblica Argentina ricambia in Roma la visita di sua S. A. R. il Principe ereditario. A Palazzo Venezia il capo della missione Ezequiel Ramos Mejía esprime a S.E. il capo del governo la simpatia e l'ammirazione della grande repubblica amica. 10 aprile 1933.
Video "Giornale Luce" B0244 del 1933
Archivio Storico Luce
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Saluto di
Benito Mussolini all’Ambasceria straordinaria della Repubblica Argentina, a
Palazzo Venezia, il 10 aprile 1933.
«La
storia del popolo argentino si può sintetizzare in una duplice mirabile lotta
per l’indipendenza, e contro l’avversa natura per la prosperità del suo popolo.
In entrambe le lotte, fianco a fianco con i vostri grandi costruttori dell’Argentina
moderna, noi troviamo uomini della nostra stirpe.
Nella
nobile schiera dei San Martin, dei Rivadavia, dei Pueyrredon e di altri a cui
si riattaccano, signor Ambasciatore, le tradizioni stesse della vostra illustre
famiglia, noi troviamo Manuele Belgrano, figlio di liguri ed eroe della
indipendenza argentina. E nella più vasta schiera di costruttori, di
dissodatori, di capitani d’industria, noi troviamo un apporto generoso di gente
della nostra razza.
Il
sentimento di fraternità italo-argentina è, dunque, cementato da comunanza di
civiltà, di cultura, di lotta e di lavoro. Manifestasosi nelle fervide
accoglienze fatte dalla Nazione argentina a S. A. R. il Principe di Piemonte,
esso trova piena rispondenza nelle affettuose accoglienze che il popolo
italiano vi ha tributato fin dal primo momento che avete posto piede sul nostro
suolo.
Il
popolo italiano, dai lavoratori e navigatori agli uomini di pensiero, conosce
la vostra Nazione, la sua tradizionale ospitalità, la simpatia per la cultura
italiana.
Dai
tenaci agricoltori che, approfittando della varia successione delle stagioni,
traversano nello stesso anno due volte l’Oceano per compiere un raccolto nel
vecchio mondo e uno successivo nel nuovo, agli insigni studiosi che portarono
nelle vostre Università lo spirito della civiltà italiana, agli uomini del commercio
e dell’industria, tutti conobbero l’intelligenza e la cordialità del vostro
popolo e fecero conoscere ed apprezzare il lavoro, l’ingegno, la scienza, la
fede del popolo italiano. Uno dei nomi a noi più cari, quello di Giuseppe
Garibaldi, divenne un nome caro anche per voi e sulle piazze delle vostre belle
città scorsero monumenti in suo onore: e non per volontà di soli italiani.
Perfino
l’aspetto, dirò così, visivo della vostra capitale, grande metropoli latina di
oltre Oceano, rivela la fondamentale identità dei motivi sviluppatisi dal ceppo
della nostra Civiltà comune. L’atmosfera architettonica della Buenos Aires
monumentale accoglie familiarmente quelli di noi che si recano tra voi e placa
loro la nostalgia della lontananza con l’aspetto accogliente quasi di volti ben
noti. Del resto, una tradizione più volte secolare vuole giunta dall’Italia l’immagine
della Vergine che don Juan De Garay consacrò nella prima chiesa di Santa Maria
de Buenos Aires.
La
Nazione Italiana, che ha seguìto con profonda ed affettuosa simpatia la grande
Nazione Argentina, la sua mirabile ascensione perseguita con fede, tenacia,
intelligenza, è lieta e fiera dei vincoli di sincera amicizia che per virtù dei
due popoli e per volontà dei nostri Governi sono destinati a rafforzarsi ed
allargarsi in avvenire, con reciproco vantaggio dei nostri due Paesi e nell’interesse
della collaborazione pacifica tra tutti gli Stati.»
Bibliografía: Orano, Paolo (a cura e con prefazione di), L'espansione coloniale. Collana "Le direttive del Duce sui problemi della vita nazionale". Roma: Casa Editrice Pinciana, 1937.
«Anche
l’ingegner Martelli mi scrive che è giunto suo fratello e che andranno insieme
a Buenos Aires, chiamati da quel governo per affari coloniali e militari. Colà
gli Italiani hanno buon nome; il general Garibaldi ha lasciato gran desiderio
di sé, e si diceva che ne sperassero il ritorno. Se fosse prima di tornar in
Europa, vorrei passarvi per salutarlo, e con lui anche i Martelli che mi son
cari come fossero del mio sangue. O patria mia, come allarghi i tuoi legami per
tutto il mondo! Due nati sotto il tuo cielo si riconoscono senza palesar il
proprio nome sulla terra straniera, e una forza irresistibile li spinge l’uno
all’altro fra le braccia!…»
Nievo, Ippolito, Le confessioni di un ottuagenario.Firenze: Le Monnier, 1867.
Imagen: Ippolito Nievo, coronel garibaldino, con la medalla "dei Mille". Nápoles, febrero de 1861.
Ripasso mentalmente alcuni scritti del sacerdote. Anche lui
aveva registrato un rapido cambiamento, specie dopo le scoperte dei ricchi
giacimenti petroliferi. Se ne era accorto negli ultimi anni della sua vita.
Però non c’erano ancora i turisti e i viaggiatori si contavano sulle dita di
una mano.
E ancora una volta i pensieri mi portano verso una direzione
sbagliata. Quasi temessi che non abbia senso cercare nelle cose che vedo oggi
la Patagonia di De Agostini.
Riprendo il mio viaggio. Una chiacchierata con Alberto mi
accompagna verso un sonno inquieto.
“ Mi chiedo ancora: dov’è la tua Patagonia? Dove posso
cercarla? In questo viaggio tornerò nei luoghi che hai frequentato e forse ne
scoprirò di nuovi”.
E lui che scuote la testa e mi porge un buon consiglio:
“Non aver fretta, ci vuole pazienza per ritrovare quei posti.
È facile arrivarci, più difficile trovare il senso del mio cammino”.
Dobbiamo cercarlo assieme, quel senso, in questo viaggio.
“E voglio dirti un’altra cosa, spiegarti il vero significato
della Patagonia, proprio quello che sfugge ai miei eruditi confratelli: questa
è la terra nuova, aperta ai venti e ai migranti, fatta di gente che viene dagli
sperduti angoli della vecchia Europa. Non somiglia a nessun’altra terra, e
forse aveva ragione Darwin, a trovarvi spunti per la nostra evoluzione e a
desiderare di tornarci e restarvi a lungo. La Patagonia è così lontana da tutto
da trattenere forte il sapore della libertà”.
Sì, è proprio vero. Questo è il mondo nuovo costruito da
pastori, mandriani, cacciatori di pelli e cercatori d’oro. Chi scendeva dalle
navi o dal treno si trovava dinanzi uno sterminato vuoto, pietroso e brullo,
senza alberi e con laghi bianchi di sale. Dopo, ma molto dopo, c’era la cordigliera.
E i laghi di sette colori, i ghiacchiai eterni.
Ma Alberto mi trasmette ancora un pensiero: “Sì, la Patagonia
era bella così. I pionieri l’avrebbero dovuta rispettare. Avrebbero dovuto
vivere le loro nuove vite in pace con gli indios e crescere i loro figli con l’amore
per la diversità... però così non è stato”.»
Barbini, Tito, Il
cacciatore di ombre. In viaggio con Don Patagonia. Firenze: Valecchi, 2011.
Imágenes: Padre Alberto María De Agostini en
la Patagonia, con su máquina fotográfica; el Macizo del Paine y el Alto Valle
del Francés, en la Patagonia, fotografía del Padre De Agostini.
«No es justo, porque siempre
sufriste tanto, Giacomino. Y te veía en ese mundo que ni siquiera oía nombrar,
te veía, ¡increíblemente feliz, Giacomino! El sufrimiento te había abandonado,
porque Dios es clemente y su clemencia te había trasladado a una tierra que
podría llamar prodigiosa. Nunca vi ríos tan anchos, ni montañas tan altas ni
campos tan fértiles. No eran nuestros campos abundantes en piedras y agotados
de humus. Esa tierra te consideraba un hijo pródigo. Habías ganado en peso y
caminabas erguido, serenamente, a pasos largos y… tenías bigote, Giacomuccio,
¡tenías bigote! Tu casa era grande, con balcones y enredaderas púrpuras, de
flores en verano, de hojas en otoño. Cada mañana paseabas por los patios de
vidrieras opacas de distintos colores, se tamizaba en combinaciones infinitas,
devenía para tu placer vaguedad e incertidumbre. En ese país que ni siquiera oí
nombrar, te trataban con miramiento, llevándote panes, vino, aceitunas, tomates.
Las mujeres lavaban y cosían tu ropa, preparaban el café a tu gusto: fresco,
cargado, espeso de azúcar. Te rodeaban amigos. Eran tan inteligentes que te
sentías entre iguales, ¡te brillaban los ojos, Giacomuccio! Les hablabas de lo
que nunca pudiste hablar aquí, en el pueblo, con los campesinos analfabetos ni
con los letrados serviles que visitaban a nuestro padre. Contabas lo que leías,
escribías y pensabas, y cuando te pusiste de pie –tu mirada miraba conmigo,
pero también estabas allá, en ese mundo que ni siquiera oí nombrar-, una hoja
en la mano, y comenzaste a leer, se produjo un gran silencio, revelador de una
atención que nunca te habían concedido, salvo en esa tierra cuyos habitantes
eran mejores, más sensibles e inteligentes que en tierra alguna. Tu voz iba más
allá del cuarto, invadía la noche, que era dulce y clara, y los que pasaban por
la calle se detenían y los que estaban trabajando abandonaban su tarea, en
suspenso hacia esa voz, esas palabras que los acercaban a la belleza, que
después de todo es lo que siempre buscamos. Cuando terminaste de leer, el
silencio se hizo mayor, tan visible que se podía tocar, como la belleza que lo
llenaba. Y desde aquí me apropié de tu sonrisa para no perderla nunca, porque
finalmente apareció una sonrisa apenas insinuada en tu boca, ligera, inocente.
Sabías lo que siempre supiste, sufrimiento, muerte, miseria, pero ya sin
desamparo; una calma sobrenatural te reconciliaba con tu destino y podías
aceptarlo, casi con alegría.»
Gambaro, Griselda, Después del día de
fiesta. Buenos Aires: Grupo Editorial Norma, 2005.
Imágenes: Detalle del retrato de Giacomo Leopardi, de A. Ferrazzi (ca. 1820), Casa
Leopardi, Recanati; Biblioteca de Giacomo Leopardi.
«¿Sarmiento ha tenido razón en su tesis de
civilización y barbarie? Aunque creamos que no, pongamos que sí para evitar
argumentos inconducentes. Lo que es innegable es que Sarmiento ya no tiene
razón.
Su preconizada supremacía de la ciudad sobre el
campo, nos ha traído al estado presente. La cabeza no pensante, congestionada
de tendencias disolventes y anárquicas, es hoy Buenos Aires y de Buenos Aires
se extiende al interior como pulsaciones de un corazón contaminado. El
extranjerismo cimentado en el afán de lucro, ha quebrado la idea en su yunque
de oro y las chispas van a la buena de Dios, por sobre nuestro territorio.
Los porteños “que han dejado de ser loros para ser
fonógrafos” como dice Rusiñol, se han sacado el sombrero –que no cubre ningún
criterio-, ante la acción disolvente del extranjerismo y es eso lo que la
civilización de la ciudad envía a la barbarie del campo; por suerte la barbarie
no tiene la adulación tan fácil.
¿Cuál es el resultado de esta brillante tesis?
Que somos actualmente una nación inversa de la
judía.
Ellos son una raza, un tipo, una religión, una
entidad pensante homogénea, sin territorio.
Nosotros somos un territorio sin raza, sin tipo,
sin religión y sin pensamiento ni homogeneidad alguna.
¡Hermoso resultado en verdad!»
Güiraldes, Ricardo, “El extranjero” en Semblanza de nuestro país y otros escritos. Buenos
Aires: Ediciones Búsqueda, 1982.
-¡Chacharola! -gritó la voz de un chico, dura y llena de
aristas como un cascote-. ¿Y las cuatro sábanas de hilo de Italia?
El coro repitió en un acorde brutal:
-¿Y las cuatro sábanas de hilo de Italia?
Se oyo al punto el graznido ronco de la vieja:
-Brigante!
-¡Chacharola!
¿Y el anillo de oro? –cacareó en seguida otra voz infantil que no era inocente
ni lo había sido jamás.
-¿Y el anillo de oro? –repitieron a una las voces
corales.
Adán aceleró su marcha.
-Bandito!
–graznó la vieja desde la calle Hidalgo.
Ya en el cruce de Monte Egmont e Hidalgo un tropel
de chiquilines en fuga cayó sobre Adán Buenosayres, lo hizo girar como un
trompo y se alejó en clamorosa desbandada. Simultáneamente Adán vió cómo el
palo de la Chacharola describía una parábola en el aire, y oyó a la vieja que,
tremolante de brazos, dirigía un insulto final a sus cobardes enemigos:
-La putta de
la tua mamma!
Recogiendo el palo de escoba que había rodado hasta
sus pies, Adán se dirigió a la Chacharola y lo restituyó a su mano crispada
todavía. Entonces la vieja reacomodó lentamente sus arrugas hasta construir
algo semejante al espectro de una sonrisa, y tendiendo hacia los fugitivos un
índice rematado en cierta uña luctuosa:
-¡Son unos hijos de puta! –los definió castizamente.
Luego, señalando con el mismo índice la vecina
torre de San Bernardo:
-Hoy, San Vitale –gruñó devotamente-. Bello!
-Sí –le respondió Adán-, la misa de San Vitale.
La vieja recobró súbitamente su máscara de ira y le
clavó dos ojos fanáticos.
-¡Un mártir! –dijo en tono polémico.
-¡Un gran santo! –la tranquilizó Adán en seguida.
-¡Povero San
Vitale! –lloriqueó entonces la vieja sin una lágrima-. Bello! Bello!
Y se alejó por la calle Monte Egmont rumbo a la de
Olaya, trazando con su cabeza fatales movimientos de negación.
Marechal, Leopoldo, Adán Buenosayres. Buenos Aires: Sudamericana, 1948.
Imagen: detalle de la tapa de la primera edición de Adán Buenosayres (Buenos Aires: Sudamericana, 1948).