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sábado, 9 de junio de 2018

In Argentina, de Mario Puccini (1938)




«Non poche volte ci siamo meravigliati di dover constatare che l’Argentina non si rivelava amica, come avremmo voluto, come era giusto che fosse, del nostro paese. Soprattutto ci meravigliò l’atteggiamento della Repubblica del Plata al tempo delle sanzioni e della guerra etiopica. Quasi tutte le altre repubbliche dell’America latina infatti, il Brasile, il Guatemala, il Cile, l’Equador hanno allora sentito l’iniquità del gesto societario; ma la Repubblica del Plata, dove pure tanti nostri connazionali vivono e lavorano, no: e il ricordo di questa ingiustizia non è ancora cancellato dalla nostra memoria. Ma pesano ancora troppo nella vita politica argentina le torbide e tortuose ideologie democratiche; naturale che la nostra Idea, che è chiarezza, gerarchia, disciplina, stenti ancora laggiù ad essere intesa. Fermo ad una concezione politica e sociale che considera lo Stato non come un’unità inscindibile e sacra, ma come una sorta d’apparecchio meccanico che possa essere adattato via via ai gusti ed ai capricci di chi sa impadronirsene, l’argentino per temperamento e per tradizione non ha fede negli istituti, non ne ha negli uomini: crede alla giornata, non crede ancora alla Storia.
Sarebbe dunque un errore chiamare colposo un sentimento nato da una concezione della vita e della politica, non ancora matura e consapevole. Né è d’altra parte un fenomeno unánime; non son pochi gli argentini che cominciano ad intenderci. I colti soprattutto: noi conosciamo dei letterati e dei giuristi, degli scienziati e dei pensatori che guardano oggi a Mussolini come ad un autentico forgiatore e preparatore di un mondo nuovo; e certi giornali non ebbero paura di affrontare anche l’impopolarità, pur di affermare ieri ed oggi la propria simpatía all’Idea fascista.»

Mario Puccini, Civiltà italiana nel mondo. In Argentina. Buenos Aires: Società Nazionale Dante Alighieri, 1938.

sábado, 25 de febrero de 2017

Problemi dell’emigrazione italiana, de Ernesto d'Albergo (1949?)



«La tempestività della iniciativa che si è assunta la Camera di Commercio di Bologna, con il conforto di adesione delle altre Camere, della autorità di governo, di studiosi e degli ambienti della produzione e del lavoro, merita di essere sottolineata per l’elogio che si ha il dovere di rivolgere al Presidente ed alle commissione che hanno collaborato al successo dell’iniziativa medesima.
È questo il momento storico in cui il problema va reimpostato con ampiezza di panorama, ora che si viene a dare un certo assetto alla economica internazionale si rafforzano ed orientano i rapporti internazionali dell’Italia. In certo senso il congresso di Bologna è il naturale complemento di quello promosso dalla Confederazione dell’industria sui problemi della disoccupazione operaia. Non è venuta meno l’indicazione della soluzione della emigrazione fra quelle che possono conocrrere alla più ampia impostazione del problema della utilizzazione delle forze crescenti di lavoro dell’Italia.
Per rendersi conto delle direttive che in Italia sono state seguite in questo campo, quasi con ricorrere dei motivi che nei secoli giustificarono la scienza nuova Vichiana, notiamo l’alternarsi di visioni favorevoli e contrarie alla emigrazione. Sono i lati subiettivi della politica e della psicologia dei popoli. Se fosse possibile senza timore di eccedere in generalizzazioni, si dovrebbe dire che il prevalere di sentimenti operanti in senso nazionalistico e della affermazione in sede di espansione coloniale, abbia creato orientamenti di politica anti-emigratoria.
Si pensi all’atteggiamento di Crispi, dalla ideologia dello “stato forte” ed espansivo attraverso imprese coloniali, ed alla contemporanea legislazione che subordinava l’emigrazione degli uomini dai 18 ai 32 anni, ad apposita autorizzazione (mi riferisco alla legge del 30 dicembre 1888). Si deve arrivare al primo testo organizo del 30 gennaio 1901 per avere la dichiarazione della libertà della emigrazione, con clausole per i minori, e con la protezione degli emigranti, fra l’altro organizzando il movimento migratorio con la creazione del Consiglio per l’emigrazione e del Commissariato per l’emigrazione.
Venendo ad epoca a noi più vicina, pur dopo aver detto nel 1923 in una lettera a De Michelis, benemerito dei problemi del lavoro, che “è inutile discutere se l’emigrazione sia un bene o un male essendo l’effetto di una incomprensibile necessità demografica”, Mussolini nel 1927 con il decreto legge del 28 aprile sopprimeva il Commissariato per l’emigrazione sostituendolo con una Direzione genereale degli Italiani all’estero sotto il ministero degli esteri, e poco dopo (18 giugno 1927) sopprimeva il “fondo” per l’emigrazione che diveniva un capitolo del bilancio degli esteri e il Consiglio per l’emigrazione (D.L. 23 ottobre 1927 n. 2146).
L’emigrazione, secondo il testo della circolare del 28 aprile da fatto tecnico-amministrativo, diveniva problema di ordine politico. Incalzava Grandi, sottosegretario, fra l’altro: “noi dobbiamo avere il coraggio d’affermare che l’emigrazione è un male quando, come oggi, essa ha luogo verso paesi stranieri. L’emigrazione è un bisogno, ma sotto la sovranità nazionale. I popoli, oggidì, misurano le loro forze in base alla loro popolazione e alla loro vitalità demografica”. In tale visione si inquadrano in seguito i provvedimenti tendenti ad agevolare il rimpatrio degli Italiani dall’estero.
Soltanto la grande crisi economica mondiale indusse le autorità italiane ad essere più liberali verso l’emigrazione. Naturalmente questa urtava contro le difficoltà che, nel frattempo, all’estero si opponevano alla immigrazione. Per gli Stati Uniti ricordiamo l’Atc  del 16 maggio 1924 che, rendendo più rigorose le restrizioni del 1921 portava al 2% del livello del 1910 il contingente ammesso di provenienza italiana.
È così che verso codesto grande mercato nel periodo 1925-32 la media scendeva a 27.662 immigrati.
Con questo dato, entriamo nell’aspetto quantitativo del fenomeno, che si inquadra nella politica economica del paese nella fase nuova.
Essa è ora di nuovo orientata nel senso della ricerca delle vie per l’espansione del lavoro all’estero. Altro aspetto dei “ricorsi” che si registrano in questo campo, come le citazioni dei due periodi storici dimostrano. Ora il fatto migratorio torna ad essere di carattere economico-amministrativo. Se aspetto politico esso assume, ciò ha luogo nel quadro della progettata Unione Europea e più ancora nello spirito che anima l’ERP ovvero la collaborazione internazionale che non è limitata al campo finanziario o delle quantità economiche obiettive ma deve tener conto del fattore subiettivo, costituito dal lavoro, che è il motore definitivo di quelle che vengono apprezzate come combinazioni produttive, fonti di ricchezza e di benessere nel mondo.»

Ernesto d’Albergo, Problemi dell’emigrazione italiana. Bologna: Dott. Cesare Zuffi – Editore, 1949 (?).


lunes, 1 de abril de 2013

L'Ambasceria straordinaria della Repubblica Argentina ricambia in Roma la visita di sua S. A. R., 10 aprile 1933

L'Ambasceria straordinaria della Repubblica Argentina ricambia in Roma la visita di sua S. A. R. il Principe ereditario. A Palazzo Venezia il capo della missione Ezequiel Ramos Mejía esprime a S.E. il capo del governo la simpatia e l'ammirazione della grande repubblica amica. 10 aprile 1933.

Video "Giornale Luce" B0244 del 1933



Archivio Storico Luce
http://www.archivioluce.com


Saluto di Benito Mussolini all’Ambasceria straordinaria della Repubblica Argentina, a Palazzo Venezia, il 10 aprile 1933.


«La storia del popolo argentino si può sintetizzare in una duplice mirabile lotta per l’indipendenza, e contro l’avversa natura per la prosperità del suo popolo. In entrambe le lotte, fianco a fianco con i vostri grandi costruttori dell’Argentina moderna, noi troviamo uomini della nostra stirpe.
Nella nobile schiera dei San Martin, dei Rivadavia, dei Pueyrredon e di altri a cui si riattaccano, signor Ambasciatore, le tradizioni stesse della vostra illustre famiglia, noi troviamo Manuele Belgrano, figlio di liguri ed eroe della indipendenza argentina. E nella più vasta schiera di costruttori, di dissodatori, di capitani d’industria, noi troviamo un apporto generoso di gente della nostra razza.
Il sentimento di fraternità italo-argentina è, dunque, cementato da comunanza di civiltà, di cultura, di lotta e di lavoro. Manifestasosi nelle fervide accoglienze fatte dalla Nazione argentina a S. A. R. il Principe di Piemonte, esso trova piena rispondenza nelle affettuose accoglienze che il popolo italiano vi ha tributato fin dal primo momento che avete posto piede sul nostro suolo.
Il popolo italiano, dai lavoratori e navigatori agli uomini di pensiero, conosce la vostra Nazione, la sua tradizionale ospitalità, la simpatia per la cultura italiana.
Dai tenaci agricoltori che, approfittando della varia successione delle stagioni, traversano nello stesso anno due volte l’Oceano per compiere un raccolto nel vecchio mondo e uno successivo nel nuovo, agli insigni studiosi che portarono nelle vostre Università lo spirito della civiltà italiana, agli uomini del commercio e dell’industria, tutti conobbero l’intelligenza e la cordialità del vostro popolo e fecero conoscere ed apprezzare il lavoro, l’ingegno, la scienza, la fede del popolo italiano. Uno dei nomi a noi più cari, quello di Giuseppe Garibaldi, divenne un nome caro anche per voi e sulle piazze delle vostre belle città scorsero monumenti in suo onore: e non per volontà di soli italiani.
Perfino l’aspetto, dirò così, visivo della vostra capitale, grande metropoli latina di oltre Oceano, rivela la fondamentale identità dei motivi sviluppatisi dal ceppo della nostra Civiltà comune. L’atmosfera architettonica della Buenos Aires monumentale accoglie familiarmente quelli di noi che si recano tra voi e placa loro la nostalgia della lontananza con l’aspetto accogliente quasi di volti ben noti. Del resto, una tradizione più volte secolare vuole giunta dall’Italia l’immagine della Vergine che don Juan De Garay consacrò nella prima chiesa di Santa Maria de Buenos Aires.
La Nazione Italiana, che ha seguìto con profonda ed affettuosa simpatia la grande Nazione Argentina, la sua mirabile ascensione perseguita con fede, tenacia, intelligenza, è lieta e fiera dei vincoli di sincera amicizia che per virtù dei due popoli e per volontà dei nostri Governi sono destinati a rafforzarsi ed allargarsi in avvenire, con reciproco vantaggio dei nostri due Paesi e nell’interesse della collaborazione pacifica tra tutti gli Stati.»

Bibliografía: Orano, Paolo (a cura e con prefazione di), L'espansione coloniale. Collana "Le direttive del Duce sui problemi della vita nazionale". Roma: Casa Editrice Pinciana, 1937.