sábado, 29 de septiembre de 2018

Una excursión a los indios ranqueles, de Lucio V. Mansilla (1870)




«Ese es nuestro país.
Como todo pueblo que se organiza, él presenta cuadros los más opuestos.
Grandes y populosas ciudades como Buenos Aires, con todos los placeres y halagos de la civilización, teatros, jardines, paseos, palacios, templos, escuelas, museos, vías férreas, una agitación vertiginosa ―en medio de unas calles estrechas, fangosas, sucias, fétidas, que no permiten ver el horizonte, ni el cielo limpio y puro, sembrado de estrellas relucientes, en las que yo me ahogo, echando de menos mi caballo.
Fuera de aquí, campos desiertos, grandes heredades, donde vegeta el proletario en la ignorancia y en la estupidez.
La iglesia, la escuela, ¿dónde están?
Aquí, el ruido del tráfago y la opulencia que aturde.
Allá, el silencio de la pobreza y la barbarie que estremece.
Aquí, todo aglomerado como un grupo de moluscos, asqueroso, por el egoísmo.
Allí, todo disperso, sin cohesión, como los peregrinos de la tierra de promisión, por el egoísmo también.
Tesis y antítesis de la vida de una república.
Eso dicen que es gobernar y administrar.
¡Y para lucirse mejor, todos los días clamando por gente, pidiendo inmigración!
Me hace el efecto de esos matrimonios imprevisores, sin recursos, miserables, cuyo único consuelo es el de la palabra del Verbo: creced y multiplicaos.»



Lucio V. Mansilla, Una excursión a los indios ranqueles, Buenos Aires, Imprenta, Litografía y Fundición de Tipos Buenos Aires, 1870.



lunes, 24 de septiembre de 2018

Noi siam partiti (Merica, Merica) de Angelo Giusti (1875)




Video inedito estratto dalla raccolta dei primi 3 cd dei Ciansunier (Canto Popolare degli Emigrati Veneti)


«Dall' Italia noi siamo partiti
Siamo partiti col nostro onore
Trentasei giorni di macchina e vapore,
ed in America siamo arrivati.

America, America, America,
cosa sarà questa America?
America, America, America,
un bel mazzolino di fiori.

E in America noi siamo arrivati
non abbiamo trovato né paglia e né fieno
Abbiamo dormito sul nudo terreno,
come le bestie abbiamo riposato.

America, America, America,
cosa sarà questa America?
America, America, America,
un bel mazzolino di fiori.

L'America è lunga e larga,
è circondata dai monti e dai piani,
e con l'industria dei nostri italiani
abbiamo formato paesi e città.

America, America, America,
cosa sarà questa America?
America, America, America,
un bel mazzolino di fiori.

America, America, America,
cosa sarà questa America?
America, America, America,
un bel mazzolino di fiori.»


Originale in dialetto veneto:

«Dalla Italia noi siamo partiti
Siamo partiti col nostro onore
Trentasei giorni di macchina e vapore,
e nella Merica noi siamo arriva'.

Merica, Merica, Merica,
cossa saràlo 'sta Merica?
Merica, Merica, Merica,
un bel mazzolino di fior.

E alla Merica noi siamo arrivati
no' abbiam trovato nè paglia e nè fieno
Abbiam dormito sul nudo terreno,
come le bestie abbiam riposa'.

Merica, Merica, Merica,
cossa saràlo 'sta Merica?
Merica, Merica, Merica,
un bel mazzolino di fior.

E la Merica l'è lunga e l'è larga,
l'è circondata dai monti e dai piani,
e con la industria dei nostri italiani
abbiam formato paesi e città.

Merica, Merica, Merica,
cossa saràlo 'sta Merica?
Merica, Merica, Merica,
un bel mazzolino di fior.

Merica, Merica, Merica,
cossa saràlo 'sta Merica?
Merica, Merica, Merica,
un bel mazzolino di fior.»

L'emigrazione nella legislazione comparata, de Cesare Festa (1904)





«Nell’Argentina vige la legge 19 Ottobre 1876 completata dal Regolamento sullo sbarco degli Immigranti 4 Marzo 1880.
All’art. 5 di detta legge, fra le attribuzioni degli agenti governativi creati per promuovere l’immigrazione dell’Argentina (art. 4) si legge al § 2: “Fare propaganda in favore dell’immigrazione della Repubblica Argentina, facendo conoscere l sue condizioni fisiche, politiche e social, i suoi rami principali d’industria, il suo sistema coloniale, i vantaggi offerti all’immigrante laborioso, il prezzo dei terreni, le facilitazioni per acquistarli, la misura delle mercedi, il prezzo degli articoli di consumo e quello del prodotto delle colonie, e tutti quegli altri dati che rispondono ai fini di questa legge; fornire gratuitamente a tutti gli immigranti le informazioni che questi chiedessero sulla Repubblica Argentina.”
E tutto ciò sotto la direzione del Dipartimento generale d’immigrazione creato sotto l’immediata dipendenza del ministero dell’Interno (art. 1), il quale dipartimento, appunto, oltre alla corrispondenza attiva e diretta cogli Agenti d’Immigrazione ecc. (§ 1°) deve proteggere l’immigrazione che sia onorevole e laboriosa, e consigliare misure per contenere quella che fosse viziosa ed inutile.
“Fare contratti per trasporto di immigranti, con una o più compagnie di Navigazione, assoggettando i contratti all’approvazione del potere esecutivo;
“Provvedere al collocamento degli immigranti coll’intermedio degli uffici appositi;
Impiegare tutti i mezzi posti a sua disposizione per favorire e facilitare l’invio degli immigranti nell’interno del paese;
“Dirigere l’immigrazione ai punti che dal potere esecutivo, d’accordo con l’Ufficio delle Terre e Colonie, saranno designati per essere colonizzati.”
Di più; “Commissioni d’immigrazione” dipendenti dal Dipartimento centrale (art. 6) debbono per l’art. 8:
1. “Ricevere, alloggiare, collocare e trasportare gli immigranti da un punto ad un altro soggetto alla loro giurisdizione.”
2. “Fare una propaganda attiva in favore della immigrazione nei rispettivi territorio, dimostrando la natura delle industrie sorte o suscettibili di sorgere in essi, la misura ed i salari, la bontà del clima e i vantaggi che essi territorio offrono.”
3. “Promuovere nelle rispettive località, la formazione d’associazioni particolari per favorire il collocamento degli immigranti”.
4. “Ottenere dalle autorità di provincia, dai municipio e dai particolari, sussidi in terre, danari ed oggetti di valre per impiegare a pro’ degli immigranti; ecc.”
Oltre di ciò la legge sopra citata contiene negli articoli seguenti altre disposizioni a favore degli immigranti che meritano di essere integralmente ricordate:
1. Essere alloggiato e mantenuto a spese della Nazione durante il tempo fissato negli art. 45, 46 e 47.
2. Essere occupato nel lavoro od industria esistente nel paese, alla quale preferisca dedicarsi.
3. Essere trasferito, a spese dello Stato, al luogo della Repubblica, ove intenda fissare il suo domicilio.
4. Introdurre, liberi da ogni diritto, le suppellettili, i vestiti, gli strumenti agricoli, le ferramenta, i prodotti dell’arte od ufficio che esercita ed un’arma da caccia, se inmigrante adulto, fino alla concorrenza del valore fissato dal potere esecutivo.
Art. 15. – “Le disposizioni dell’articolo precedente sono estensibili, in quanto sono applicabili alle done ed ai figli degli immigranti, purchè comprovino la loro moralità e le attitudini industriali, ove siano adulti.”
Art. 16. – “La buona condotta e le attitudini industriali dell’immigrante potranno attestarsi con certificati dei Consoli o degli agenti di immigrazione della Repubblica all’estero, o con certificati delle autorità del domicilio dell’immigrante, legalizzati dai suddetti consoli ed agenti d’immigrazione della Repubblica.”
Art. 45. – “Gli immigranti avranno diritto ad essere alloggiati e mantenuti convenientemente a spese della Nazione, durante i cinque giornisusseguenti allo sbarco.” […]
Art. 46. – “In caso di grave infermità che renda impossibile il cambiamento di domicilio, sopo superati cinque giorni, le spese susseguenti d’alloggio e mantenimento continueranno ad essere a carico dello Stato, durante tutto il periodo della malattia.”
“Fuori di questo caso, la permanenza degli immigranti nello stabilimento per più di cinque giorni, sarà a loro spese, dovendosi pagare una mezza piastra forte (L. 2,40) al giorno per ciascuna persona maggiore di 8 anni; e 25 centavos (L. 1.15) per ciascun bimbo minore di detta età.”
Art. 47. – “Si eccettuano dal disposto dell’articolo precedente, gli immigranti contrattati dalla Nazione per le colonie, i quali avranno diritto all’alloggio ed al vitto sino a tantoche saranno inviati alla loro destinazione.”»

Avv. Cesare Festa. L’emigrazione nella legislazione comparata. Castrocaro: Tipografia Moderna, 1904.

Falso contacto, de Ana Ojeda (2012)





«Las relaciones Marano-Moliterno habían sido complicadas desde siempre. Si todos hubieran sido italianos, la convivencia ya hubiera sido difícil. Mujeres imposibles de compaginar: gritonas, trágicas, melodramáticas. Fuertes. Verdaderos motores del hogar. Pero no eran sólo italianos: eran italianos del sur, calabreses. De Cosenza y de Catanzaro. Los Marano, en realidad, eran originarios de Figline, un pequeño pueblito de montaña, como un porcino –u cozzu nivuru– adosado al costado de la Sila, a unos quince kilómetros de Cosenza. Allí habían nacido todos menos Aquiles, hermano menor de Odiseo. Unos tras otros vistos al mundo gracias a las labores incuestionables de parteras autodiplomadas, expertas a fuerza de prueba y error. Figlineses que un día bajaron a Cosenza y ya no volvieron más que para saludar a la parentela. Cosentinos por adopción, en su círculo íntimo no se abstenían de sonreír con la famosa cantinela: Se la merda fosse oro Catanzaro che tesoro!
Los Moliterno eran menos escandalosos, pero igual de tajantes a la hora de opinar de sus vecinos. No se explayaban en críticas o ironías porque se preservaban con gran cuidado para el futuro: cuando tengamos i sordi y seamos gente de tratar con respeto. Sólo invertían sus energías en trabajar: Lavorare e non pensare, repetía don Ermes, aplicándose a la venta de especialidades calabresas en un pequeño local a quince minutos a pie de la casona. La máxima había resultado efectiva, que incluso habiendo llegado varios años después que los primeros Marano, los Moliterno habían logrado una posición más holgada y mejores perspectivas para sus hijos, de los cuales algunos hasta habían hecho algunos años en la escuela pública.»

Ana Ojeda, Falso contacto. Buenos Aires: Milena Caserola, 2012.


Bambina, de Laura Caime (2017)




«Es una historia antigua que pide su final. A un hombre le duele una pierna. Hace mucho que sufre. Toma el té en hebras y come galletas de sémola. Es sordo. Es italiano. Es el padre de mi madre muerta.

Hay cierta luz y unos pájaros. Hay el dolor. Y un gran amor.

Hay, también, una nena que habla, que no deja de ser la voz de la adulta que esa niña fue.»


Laura Caime. Bambina. Ilustraciones de Silvina Viaggio y la autora. Córdoba: Alción, 2017.

domingo, 23 de septiembre de 2018

La inmigración en el primer siglo de la independencia, de Juan A. Alsina (1910)




«Entre los problemas que se han de resolver para perfeccionar la nacionalidad argentina, legados por las generaciones que han actuado en el siglo primero de la Independencia, á las generaciones que en el segundo ejercerán el gobierno, es uno de los primeros la incorporación á la ciudadanía de los hombres que como inmigrantes entran al país y tienen capacidad y méritos suficientes para no quedar limitados á ser meros habitantes, con fueros de tales, sin el fuero de argentinos.
Ese problema debe ser atendido, sin mayor dilación, con prudencia, serenidad y firmeza, antes que se haga más complejo por la venida de mayor número de extranjeros.

La inmigración debe ser recibida en la República Argentina, con el criterio de su incorporación á la comunidad nacional, haciéndola fijar su hogar en el territorio, con todas las obligaciones y derechos que la Patria impone y concede á los ciudadanos.
Así fue establecido en nuestra Constitución, como generosa ventaja que podría ser aceptada fácilmente y con agradecimiento por todos los hombres del mundo, á quienes se brindaba una nueva patria, con el goce de la libertad é igualdad civil, sin fueros personales, ni aristocracia.
La nueva patria no sería impuesta al extranjero que se amparara del Sol simbólico; se esperaba que él la adoptara, apresurándose, en los términos de la ley, á aceptar las obligaciones y los derechos de la ciudadanía, desprendiéndose de su patria natural, el suelo de su nacimiento, instituciones que lo educaron y rigieron, vínculos de familia, lazos de la amistad, recuerdos nacionales: de esos profundos sentimientos que no pueden hacer desaparecer del alma de ningún hombre ni aún los desengaños políticos, injusticias ó persecuciones.
La realidad fue otra. Ese extranjero no borró de su alma la patria nativa para hacerse ciudadano argentino, y aún más, no ha permitido que los hijos que trajo en su familia, se hicieran argentinos. Ni en el primer tiempo de su arribo, ni después de los largos años de su residencia definitiva en nuestro suelo, cuando hubo conocido bien la ventajosa situación en que se hallaba para sus intereses materiales y condición civil, y la situación política á que podía aspirar, pudo ó quiso quitar de su alma aquella patria de la que quizá fue soldado asistiendo á batallas de triunfo nacional interno ó externo, á la que oferta desde el suelo argentino la dignidad y la fortuna alcanzada. Tal vez ama dos patrias, dos suelos, el nativo y el del bienestar; á éste por que lo regó con el sudor de su frente y en él nacieron algunos de sus hijos, que son argentinos, como lo serán todos sus descendientes.


La persistencia, durante más de medio siglo, de este hecho de no adopción por el inmigrante, de la nacionalidad ó ciudadanía argentina generosamente puesta á su disposición y no impuesta por ley, ha dado lugar á una falsa noción, de que debemos precavernos, que circula ya con volumen, acariciada por los extranjeros inmigrados y aceptada sin examen, creyéndola sin importancia por el público, es decir, por los papeles diarios que dan lectura á la opinión, y por personas que repiten inconscientemente palabras cuyo valor ó trascendencia no alcanzan.
Esa noción es la de colonia ó colectividad. Así se dice la colonia argentina en París; la colonia italiana en la Argentina; la colonia alemana en Buenos Aires; la colectividad francesa, la colectividad inglesa; la colonia siria, ú otras.
Es una falsa noción que se opone á la noción positiva de patria argentina. Dentro de una nación como Francia, Gran Bretaña, Alemania, Estados Unidos, República Argentina, ó cualquier otra, no hay ni puede haber colonias ó colectividades, sino una sola colectividad ó comunidad, la comunidad nacional, francesa, británica, española, yankee, argentina, ó la de la nación de que sea toda su población. En la Argentina no puede haber otra colectividad que la única: argentina. Ni tampoco colonias de ninguna otra nacionalidad, porque colonia significa una población fundada en un territorio sin dueño, soberano ó gobierno, para tomar posesión de él, conquistarlo, poblarlo, explotarlo, como se hizo en la edad antigua para expansión de Fenicia, Roma y Grecia, y en la edad moderna por España, Inglaterra, Francia, Portugal, cuyas colonias dieron origen á las grandes naciones de ambas Américas, ó las más recientes ocupaciones del suelo africano.
Esa falsa noción de colonia ó colectividad, causa el ensimismamiento y aislamiento de los inmigrantes de cada nacionalidad, privándoles de fraternizar entre ellas y fundirse en el pueblo argentino, resultando un sentimiento refractario á la ciudadanía, formando en el país conglomeraciones de grupos de tal ó cual nacionalidad, que están cercanos entre sí, pero separados; y desunidos de los argentinos, que tienen  obligación, por sus deberes políticos, de velar por la seguridad y bienestar de esos habitantes; llegándose hasta á hacer propaganda para formar confederaciones entre las Sociedades extranjeras para fines de conservación de su nacionalidad, dando más cohesión y fuerza á la anhelada colectividad.
La noción que debe prosperar, desechando imperiosamente aquella otra, es la de inmigración, que consiste en la entrada del extranjero, individualmente, para unirse á los argentinos, incorporándose á la nacionalidad, como la ley lo establezca, participando de la vida económica, social y política del pueblo fundador de la nación; de sus propósitos, sentimientos, ventajas y adversidades, sin encerrarse en agrupaciones cultoras de recuerdos con el símbolo de banderas transoceánicas, sino saturándose de la historia é instituciones argentinas, bajo la bandera del Sol, que da protección tan grande y buena como las que tienen cruces, estrellas, águilas, leones ú otros signos heráldicos por emblema.
La República Argentina no recibe colonos sino inmigrantes, para el aumento de la población de su territorio, dedicado á la humanidad, bajo su ley, su lengua, su protección, su escudo, su oliva, su encina y su laurel.»



Juan A. Alsina, La inmigración en el primer siglo de la independencia. Buenos Aires: Felipe A. Alsina, 1910.



martes, 18 de septiembre de 2018

La divina, de Silvina Ocampo




«A los veinte años abrió un consultorio; la clientela acudía de todas partes. Como provisionalmente se había instalado en los fondos de un almacén, estaba bastante protegida de la persecución policial. Su cuarto era una suerte de depósito lleno de latas de aceite y de bolsas de yerba; nadie sospechaba que allí se ocultaba el consultorio de una adivina. Irma se enriqueció rápidamente. Cuando cumplió treinta años, compró con las economías un tapado de zorrino, luego un televisor, un terreno en Burzaco, una casita en La Lucila, un automóvil y finalmente pudo hacer un viaje a su tierra natal, a Italia. Su dicha no tenía límites. Emprendió, después de seis meses, el viaje de regreso, en barco, se entiende, porque detestaba los aviones. Sin embargo, en cuanto pagó el pasaje tuvo una premonición. Después de salir de la agencia de turismo entró en un cinematógrafo sin mirar la cartelera: daban El hundimiento del Titanic. La película le pareció de mal augurio (nunca lloraba; lloró), pero ya era tarde para devolver el pasaje. Una semana después se embarcó. La vida de a bordo le agradaba; había una piscina, donde nadaba todos los días, y gente muy simpática. Sin sospechar que era adivina, un grupo animado de jóvenes estaba continuamente con ella, porque jugaba bien al ping—pong y a las barajas; por fin un día, alguien que la conocía de nombre propagó el secreto de su profesión y ella se vio obligada a leerles a ocho personas, en una tarde, las líneas de la mano. La cosa comenzó a las tres de la tarde y terminó a medianoche. En la primera mano que le tendieron, vio el signo alarmante que descubrió en todas las otras; una misma tragedia reuniría a esa gente tan diversa. A todos dijo lo que leía en sus manos, pero no les dijo cuál era la tragedia, porque no lo supo, en el primer momento. El barco que se mecía suavemente durante toda la travesía, a medianoche empezó a moverse demasiado; pero a esa hora todo era un pretexto para inventar juegos y el grupo que la rodeaba se puso a patinar en la cubierta, sin respetar el sueño de los otros pasajeros. Nadie quería acostarse. Cuando por fin Irma se retiró a su camarote, leyó por primera vez las líneas de su propia mano y descubrió, atenuado, el mismo signo que había visto en las manos ajenas. Comprendió oscuramente qué iba a suceder. Había que esperar y callar, para no sembrar el pánico. Recordó el hundimiento del Titanic. Pasó días ansiosos hasta que volvió a ser feliz, por el mero hecho de estar embarcada.

Todas las noches, en el barco, pasaban films en la sala de música. Irma no perdía una función. Una noche anunciaron en el menú, en letras rojas, El hundimiento del Titanic. Mucha gente comentó que ese no era un film para ofrecer a los pasajeros de un barco. Hacían falta temas alegres, de aventuras o de amor, y no dar la idea del peligro, que pone una nota triste en el ánimo de los viajeros. A Irma se le apretó el corazón, pero quiso ver de nuevo el film, que había visto antes de embarcarse. Ahora llegó a distraerse hasta el punto de olvidar que estaba ya embarcada. En el momento en que aparece el hermoso caballo de madera, de la sala de juguetes del Titanic, sintió que el barco daba un tumbo, que la alarmó un poco; pero siguió mirando, porque las imágenes la fascinaban. Cuando la vajilla del comedor del Titanic se amontona en un estruendoso caos y el agua entra por todos los resquicios, crujió el barco y otro tumbo brusco lo ladeó. Algunas sillas cayeron. Creyó, en su ilusión, que estaba en el barco de la película y que habían chocado contra un témpano. Fue como un relámpago. Del hundimiento del Titanic, pasó al real hundimiento del barco, sin saber cómo se había operado el cambio. Después (en un después que no recordaba con precisión, pues parecía parte de un sueño), perdió el conocimiento junto a los botes de salvataje y alguien la recogió por uno de esos milagros que revelan, según dijo, la existencia de Dios.»

Silvina Ocampo, «La divina» en Cuentos Completos, volumen 2. Buenos Aires: Emecé, 1999.