sábado, 25 de agosto de 2012

Ricordi d'un Giornalista, de Giuseppe Gaja


Il decano della stampa italiana nell’Argentina* [1]

(Comm. Dott. B. Cittadini).

Ogni collettività italiana all’estero ha la sua gloria giornalistica.
Così pure quella di Buenos Aires – anzi della Repubblica Argentina – ha la sua, incarnata nella figura del dott. comm. Basilio Cittadini.
L’antico verdeggiante (verde antico storico, come il libro di Milelli) direttore della Patria degli Italiani ha consacrato la sua esistenza al prestigio dell’Italia in questo Paese – ne ha sostenuto valorosamente le glorie ed è stato il baluardo difensore di tutti gli italiani.
È dovere nostro ricordarlo e il virgulto dell’affetto deve verdeggiare in queste pagine di memorie.
Basilio Cittadini veniva in America 45 anni fa, giovine e baldo, inviato dal tribuno della pace universale, A. Teodoro Moneta, come corrispondente del Secolo; ed egli fiero dei suoi ideali patrii e democratici, fantasioso e studioso, portò alla piccola collettività d’allora tutta la sua fibra di pubblicista e di pensatore.
Erano altri tempi.
Oggi tutto fila bene e i moderni che non sanno nulla del passato considerano quasi la nostra emigrazione – se non un giardino di rose – per lo meno un orto di verdura.
Ma allora, col vello d’oro sull’orizzonte c’erano gli sterpi della pianura concentrati negli sfruttatori, nei negrieri, nella polizia, che anche oggi non manca.
Cittadini combattè da valoroso.
I vecchi che sfogliando la cronaca vorranno essere giusti, dovranno ricordarsi della sua azione generosa per i fatti di Martin Garcia, quando all’isola si faceva coi nostri immigrati un fac simile di quello che si commetteva nelle fazendas brasiliane. Dovranno ricordare le sue catilinarie contro i despoti della capitale e contro tutti i prepotentelli dell’interno, in varie epoche, quando per le provincie, a Cordoba o a Mendoza, alla Plata o a Santa Fè, a Rosario o a Tucuman, i proprietari commettevano prepotenze e la polizia sevizie.
Allora Cittadini era il combattente per l’umanesimo e per la giustizia.
Più tardi lo vediamo di penna e di spada a sostenere il primato della nostra arte. Rileggere in proposito le polemiche fra lui ed un giornalista francese all’epoca della Duse e della Sarah Bernhardt.
Più avanti lo sorprendiamo in una polemica brillante ed umoristica quando il Censor – che visse precisamente quando i poliziotti di Capdevilla fattore della primera del mundo ne facevano di tutti i colori – accusava gli italiani di tubercolotici.
E anche lì, il Dottor Cittadini rivelò spirito, fibra e grazia.
Nativo di Brescia egli aveva spesso sulla penna il versetto della leonessa d’Italia con cui Carducci aveva battezzato la sua città, ed entusiasta del grande statista Giuseppe Zanardelli ne propagava gli ideali, riuscendo – il giorno in cui fu abolita la pena di morte – a raccogliere dagli italiani dell’Argentina cospicue adesioni per una corona d’oro ch’egli stesso portò al Zanardelli in Roma.
All’Operaio Italiano, alla Patria Italiana – per dove passarono coscienze e caratteri come un Annibale Blosi, un Ettore Mosca, un Attilio Valentini – Cittadini iniziò e lasciò l’impronta del suo valore, continuandola poi con l’Italiano.
La Commenda datagli dal Re d’Italia è meritata.
Del resto essa non è che l’eco di un voto giunto alla Corona dagli italiani dell’Argentina i quali avevano già proclamato il Cittadini capi di vari sodalizî e presidente della Dante Alighieri.
L’antico direttore della Patria degli Italiani, circondato da un nucleo di valenti ed entusiasti pubblicisti, continua serenamente l’opera sua con la costanza dei resistenti e dei pensatori, plaudito dal popolo che l’ammira, al Popolo Romano, continuando pure dalla Capitale d’Italia le sue mirifiche corrispondenze alla sua creatura Patria di Buenos Aires.
Il suo nome oramai è una gloria degli italiani d’America ed è pronunziato con venerazione da tutti.

* Gaja, Giuseppe, Ricordi d’un Giornalista errante. Torino: Editori Bosio & Accame, 3a edizione ampliata, S/d.




[1] A questo capitolo manca l’illustrazione,
Ma giuro e spergiuro che non è colpa mia
Se a quest’articolo manca la fotografía.

Curso de Posgrado "Italia en Argentina: una cartografía literaria desde el comparatismo"


          
Universidad Nacional de Salta - Facultad de Humanidades

Departamento de Posgrado

Curso de Posgrado

Italia en Argentina: una cartografía literaria desde el comparatismo


Docente responsable: Dra. Fernanda Bravo Herrera (CONICET - INSOC)

Coordinadora: Dra Graciela Balestrino (UNSa – INSOC)


Duración
40 horas (24 horas de dictado de clases presenciales distribuidas en seis jornadas y 16 horas de trabajo no presencial con asistencia tutorial mediante correo electrónico, destinadas al asesoriamiento y a la elaboración del trabajo final).

 Fechas y horarios
Jueves 30 y viernes 31 de agosto de 2012, de 15 a 19 hs.
Sábado 1 de setiembre de 2012, de 9 a 13 hs.
Jueves 6 y viernes 7 de setiembre de 2012, de 15 a 19 hs.
Sábado 8 de setiembre de 2012, de 9 a 13 hs.

 Ejes problemáticos
1.      Introducción a la Literatura Comparada.
Definiciones, delimitaciones y perspectivas de la Literatura Comparada.
La traducción literaria.

2.   Relaciones literarias entre Argentina e Italia
Traducciones argentinas de textos literarios italianos: de Dante Alighieri a Gabriele D’Annunzio.
Recepción de la literatura italiana en las revistas Nosotros, Martín Fierro y Sur.
La crítica literaria: italianística e historias de la literatura argentina.
Reescrituras, versiones y presencias de Italia y de su literatura en la literatura argentina.

3.   Literatura de/sobre inmigración y viajes (S. XIX – XX).
La inmigración italiana en la historia y la literatura de Argentina.
Mitos, identidades / alteridades en conflicto y construcciones de la nación.
Literatura sumergida: el problema de la literatura de viajes y la “memorialística”.
Representaciones y problemáticas alrededor de las literaturas de viaje, de/sobre inmigración, de exilio.

Arancel: curso no arancelado.

Información e inscripción:
Universidad Nacional de Salta - Facultad de Humanidades - Departamento de Posgrado
Avda. Bolivia 5150. Edificio Facultad de Humanidades, 2° piso - CP 4400 Salta
Teléfono: +54 0387 4255369 – 4255327
Inscripción on line: http://www.unsa.edu.ar/posgradohum/
Horario de atención: lunes a viernes de 9 a 13 hs.; lunes, martes y jueves de 12 a 16 hs.; miércoles y viernes de 14 a 18 hs.

Imagen: "Estudio en el banco de lectura" (1877) de Frederick Leighton.

viernes, 24 de agosto de 2012

Il gaucho (Dino Risi, 1964)

Un italiano en la Argentina

Primera parte :


Segunda parte:


Tercera parte:


Cuarta parte:


Quinta parte:


Sexta parte:


Séptima parte:


Octava parte:



"Il gaucho" (1964), film de Dino Risi, con Vittorio Gassman, Amedeo Nazzari, Silvana Pampanini, Nino Manfredi, Annie Gorassini, Maria Grazia Buccella. Guión de Ruggero Maccari, Tullio Pinelli, Dino Risi y Ettore Scola. Música de Armando Trovajoli. Fotografía de Alfio Contini. Co-producción Italia - Argentina, Clemente Lococo / Fair Film. 

Folco Testena, traductor del Martín Fierro al italiano



El siguiente texto introduce la primera traducción al italiano del Martín Fierro y de La Vuelta de Martín Fierro, realizada por el periodista italiano Folco Testena[1], en Argentina, y publicada en 1935 en la Editorial de Arsenio Guidi Buffarini, ubicada en la calle Junín 845 de Buenos Aires.


Avvertenza[2]

Pubblicando nel giugno del 1930 la prima parte di questo poema, scrivevo:
«La prima edizione del mio Martín Fierro in italiano è dell’aprile 1919; d’allora molte e molto belle e dotte cose furono scritte e stampate intorno al poema di José Hernández; poema destinato ormai a essere la rapsodia epica della gente argentina, non perché tale nacque, ma perché tale la vollero e la vogliono i dotti e il popolo. Non so se Martin Fierro, quale personaggio, valga più del Cid Campeador; so che il poema di Martin Fierro ha la stessa fortuna del “Romancero”.
«Ho coscienziosamente letto e apertamente ammirato le molte cose erudite pubblicate nell’ultimo decennio e ispirate da questo poema. Ma di tanta erudizione non ho potuto trar vantaggio rivedendo la mia traduzione; la quale uscì a luce trascinando il peso di un proemio lunghissimo, infarcito di melanconia e di considerazioni critiche più presuntuose che solide. Quel che c’era di sostanziale in quel proemio, spogliato d’ogni frasca, il lettore potrà trovarlo, avendone voglia, sparso nelle noterelle che seguono ogni canto.
«Tutte le strofe di questa nuova edizione sono state rimaneggiate. Ma, benché io abbia la certezza di aver migliorato di molto la traduzione primitiva, m’auguro di non dover fare una nuova ristampa, perché con ogni probabilità sarei tentato a rifare il lavoro da cima a fondo. Non bisogna essere egoisti; bisogna lasciar qualche cosa da fare ai nostri figli: non foss’altro, convien lasciar loro l’incombenza di correggere qual che noi facemmo male.»
Occorsero cinque anni a rivedere e, si può dire, rifare la seconda parte, che appare adesso, insieme alla prima, e per la quale può valere la breve avvertenza surriportata, con la sola differenza che il lettore troverà le noterelle raccolte in fondo al volume.

* * *

Ho messo il più che possedevo d’amore e d’ingegno in quest’opera difficile e grata che occupò per oltre venti anni le mie ore di riposo dal lavoro quotidiano; vita e mezzi aiutando, non v’ha dubbio che sarei tentato e mi sarebbe caro ripigliare la bella fatica dal primo all’ultimo verso pur avendo coscienza che l’opera sia decorosa e degna e utile nonostante le mende.

* * *

Questa ristampa ha una piccola storia. Quando cinque anni indietro uscì il volumetto della prima parte della traduzione rifatta, Arsenio Guidi Buffarini, che è tanto buon editore come buon italiano, felicitandosi meco e incuorandomi a continuare la revisione alla seconda parte, prese impegno di pubblicare con i tipi della sua Casa l’opera completa. Io, finito il lavoro di revisione, non ebbi cuore di abusare della sua amicizia ricordandogli l’impegno; ma il 10 dello scorso dicembre l’Argentina rammemorò il primo centenario dalla nascita dell’autore del Martin Fierro; e gli oratori ricordarono la mia traduzione del poema, e i giornalisti –noi giornalisti siamo sempre pettegoli– chiesero, seppero e ridissero che io avevo pronto il poema nella nuova dizione italiana; così lo seppe anche Arsenio Guidi Buffarini, e volle mantenere l’impegno; il che, con i tempi che corrono, così poco propizi alla poesia, non solo è una bella prova d’amicizia, ma è un gesto editorialmente eroico; poichè l’editore non può aver pensato, nemmeno in sogno, di rifarsi le spese.

* * *

Questo libro rimarrà, nonostante i suoi difetti, il più de’quali va addossato certamente alla modestia delle mie forze, ma non pochi de’ quali sono inerenti a insormontabili difficoltà di traduzione. Questo libro rimarrà perché lo avranno caro i nostri nepoti argentini che abbiano la gioia di amare la nostra lingua; e rimarrà anche perché non sarà facile che sorga un altro poeta di corto volo (i grandi poeti cantano i loro canti) che occupi in letizia le sue ore a ritradurre questo poema e sarà impossibile che ve ne sia uno che ami maggiormente l’Argentina.
Il Grand’Uff. Arsenio Guidi Buffarini, che ha reso possibile la pubblicazione di questo libro, condivide in tutto il mio amore per la patria di Martin Fierro; e mi pare di non essere immodesto se affermo che lui ed io, per il sicuro amore alla patria nostra e a questa patria del nostro lavoro, abbiamo acquisito il diritto di far questa offerta in nome dei nostri connazionali.

Buenos Aires, maggio del 1935.
Folco Testena




[1] Folco Testena - seudónimo de Comunardo Braccialarghe - (Macerata, 1875 - Buenos Aires, 1951) es autor de numerosos libros. Entre ellos, poesía de la juventud: I canti del carcere (Macerata, 1896), Alle donne in nome di Oberdan (Macerata, 1901), I canti umani (Firenze, 1902); novelas de la revolución: Roveto ardente (Milano, 1906); Fine di Regno (Milano, 1907), Repubblica (Roma, 1909); libros del período fascista: La Spagna come la trovò Primo de Rivera (Città di Castello, 1922), La barca di Caronte. Romanzo (Città di Castello, 1923), L’espiazione massonica (Milano, 1927), Quién es Mussolini (Buenos Aires, 1931), Los 20 días de un socialista en la Roma de Mussolini (Buenos Aires, 1934); libros de la guerra: Tripoli e la Cirenaica (Buenos Aires, 1911), Nel nome d’Italia (Buenos Aires, 1910), La leggenda di Marco Craljevich (Buenos Aires, 1914); otros varios como Serenella. Romanzo (Buenos Aires, 1915), Le memorie di un signore qualunque. Romanzo (Buenos Aires, 1915), I misteri del conventillo. Romanzo (Buenos Aires, 1917), Appunti (Buenos Aires, 1911), La Riviera Ligure e le sue bellezze (Buenos Aires, 1926), Il Gringo. Liriche (Buenos Aires, 1928), Il Gaucho. Liriche (Buenos Aires, 1929), L’amore che torna a fiorire (Buenos Aires, 1933). Tradujo diferentes obras del español al italiano: Lo specchio della Fonte de R. A. Arrieta (Buenos Aires, 1915), Melpómene e Ninfea de A. Capdevila (Buenos Aires, 1916), Martín Fierro de J. Hernández (Buenos Aires, 1918 y 1935), Le amene avventure di un nipote di Juan Moreira. Romanzo de J. Payró (Buenos Aires, 1918), Minime de Pedro González Prada (Buenos Aires, 1920), Canti di Fede de Emilio Frugoni (Ciità di Castello, 1923), Campo incolto. Prose de Constancio C. Vigil (Nemi, 1923), Poemi della madre de Leguizamón (Buenos Aires, 1927), L’Antologia dei Poeti Argentini (Milano, 1927). Inédita las traducción, entre otras, de Le mie montagne de Joaquín V. González. Escribió también teatro en español y en italiano.
[2] Hernández, José, Martín Fierro e La Vuelta de Martín Fierro. Versione italiana di Folco Testena. Buenos Aires: Editorial A. Guidi Buffarini, 1935.

Ilustración de Juan Carlos Castagnino (1908-1972) para la edición de Martín Fierro publicada por EUDEBA.

sábado, 23 de junio de 2012

I Roscaldi. Gli eredi, de Nella Pasini (1930)


«… aveva asserito il vero dicendo che nella consuetudine di casa Cesio e di casa Ariani s’era iniziata una specie di educazione del proprio spirito rispetto a un ‘fatto’ al quale sentiva chiaramente di non essere estraneo, poiché gli era bastato entrare nella corrente sentimentale de’ suoi amici per avvertire in sé immediate rispondenze e profondi richiami. Era come se una corda della sua sensibilità rimasta inerte e ignota a lui stesso vibrasse per spontanea simpatia in contatto con quella atmosfera in cui coglieva echi d’impressioni indefinite, sfuggenti al controllo del pensiero. Forse erano appena un effetto di suggestione provocata dal ricordo familiare, chè, sebbene suo padre si fosse volontariamente e come violentemente staccato dal passato, Angiolo sapeva che alle radici della propria vita c’erano i sogni, le fatiche, le ansie degli esuli di ieri: esule era stato Andrea Roscaldi, il vittorioso; esule era quella triste nonna Luisina che viveva come un fantasma nel ritiro della “Capillita’ e della quale egli ricordava vagamente un tremore di mani stanche tra i suoi riccioli di bimbo.
S’egli non si fosse mai mosso dal ‘Remanso’, o se la fortuna non gli avesse fatto incontrare, nella vastissima città cosmopolita, le case de’ suoi amici, probabilmente si sarebbe straniato dalla propria origine senz’averne nemmeno coscienza. Tra gli amici prediligeva gli Ariani; non solo per la fedeltà del loro affetto verso il babbo e la mamma, ma ancora per una affinità maggiore, fra lui ed essi. Marcello e le figliuole nutrivano un vero culto per la patria di origine, ma si sentivano profondamente argentini, ed Anna stessa amava con passione la patria delle sue creature.
‘Ecco - pensava Angiolo, incline, per natura, alla meditazione e portatovi spesso, quasi a sua insaputa, da quell’abito di raccoglimento in cui s’era precocemente sviluppata la sua vita interiore - ecco - la famiglia ideale uscita da un primo innesto di sangue e d’anima perfettamente felice, perché realizzato in un piano superiore di coltura. Domani Andreina e Velia formeranno comunioni più strette nelle loro famiglie, interamente argentine, ove le energie scaturite dalle primigenie sorgenti circoleranno con nuova ricchezza, avendo acquistato, anche spiritualmente, schietta ed autonoma personalità argentina.
Allora, per la prima volta, apparve l’interessante fenomeno di assimilazione che si avverava giorno per giorno nella vita del suo paese, preparando il materiale per una futura compagine nazionale. Meraviglioso era il potere assimilativo esercitato dalla giovane Repubblica sugli elementi umani che ad essa convergevano, attratti dalla liberalità delle sue leggi, dalla sana democrazia del suo spirito, dalla dovizia delle sue risorse presso che intatte, dall’avvenire lievitante nel seno della sua vergine campagna.
Essa aveva trovato il segreto per avvincere a sé l’immigrato, imponendo, in cambio di ciò che offriva, la cittadinanza argentina a tutti i nati nel suo territorio: l’antico ‘jus loci’ romano in opposizione all’ ‘jus sanguinis’ mantenuto dalle vecchie nazioni europee, cui urgeva, se mai, un problema demografico perfettamente antitetico al suo. Ed i figli erano il vincolo prezioso fra le antiche patrie e la nuova; erano l’arra più sicura di una solidarietà spirituale che sovrastava ogni ragione di materiale interesse.
Angiolo provò un senso di orgoglio nell’intuire la bellezza di quella generosa trasfusione di sangue e di pensiero, d’idealità e di fedi attinte alle più vetuste tradizioni del mondo, da cui rampollava l’armoniosa individualità argentina. E ‘vide’ questa individualità crescere con baldanza giovanile dal più fervido crogiuolo della sua formazione; distendersi per tutto il vasto territorio come da un tronco poderoso - le cui radici abbiano abbondantemente bevuto i succhi accumulati dalle alluvioni - il frondoso rigoglio de’ rami; e da quel diffondersi di forza vitale nascere la nazione futura: una Argentina popolata in tutte le sue dilatate regioni da eserciti d’uomini alacri: immense pianure ondeggianti di messi come mari d’oro, e in mezzo, simili a fragorose isole, città febbrili alimentate dal suolo dovizioso. Poi, con il lieto trabocco delle forze fattive di progresso economico, un trabocco di energie spirituali plasmatrici di una civiltà libera da pesi di tradizione, immune da compromessi politici, largamente umana nel suo contenuto nuovo. »

PASINI, Nella, I Roscaldi. Gli eredi. Santa Margherita Ligure: Casa Editrice ‘Le Caravelle’, 1930.

Imagen: detalle de “Il Cenacolo” de Leonardo Da Vinci (1495-1498).


viernes, 22 de junio de 2012

Viaggio alla Terra del Fuoco e in Patagonia, de Mirko Ardemagni (1928)

Un encuentro en Ushuaia




"Cè anche un italiano nell'ergastolo che fa il capocarpentiere. Insegna l'arte dell'incisione in legno agli altri deportati e non disdegna i conforti religiosi del padre salesiano Torres.
[...]
È là in un angolo del cantiere, curvo vecchio tremante con una catena al piede e un globo di marmo che lo accompagnerà fino alla tomba. Sta sbozzando una madonna di legno che da sola vale a farmi capire che quel vecchio è figlio, se pur indegno, della nostra terra. Gli parlo in italiano e lui alza su le mani mostrandomi il suo lavoro.
-Chi siete.
-Non so.
E con il dito mi fa vedere un numero stampato sulla sua giubba: 307!
-Signore mio, son trent’anni che non vedo un volto di donna, ma mi ricordo sempre di mia moglie, in ogni ora del giorno, e vorrei che tutte le mie statuette fossero belle com’era bella lei. Signorino, me disculpe; no me recuerdo mas l’idioma de mi tierra. E mi perdoni se mi trovo qui.
Lo lasciamo così. E lui che ha sentito parlare quella lingua che una volta era la sua rimane stordito a guardarci e oscilla la testa come se volesse dire di sì, con gli occhi gonfi di lacrime senz'altro gesto e senza una parola."



ARDEMAGNI, Mirko, Viaggio alla Terra del Fuoco e in Patagonia.  Milano: Casa Editrice Giacomo Agnelli, 1928.


Reescrituras de textos italianos en la producción de Leopoldo Marechal


Sublimación y censura de lo erótico[1]

Fernanda Elisa Bravo Herrera

Tutti li miei penser parlan d’Amore.
Dante, Vita Nuova, cap. XIII[2]

…su bandera de amor es mi bandera.
Leopoldo Marechal, Sonetos a Sophia

I’mi son un, che quando
Amor mi spira, noto e a quel modo
ch’e’ditta dentro vo significando.
Dante, La Divina Comedia, Purgatorio, XXIV, 52-54[3]

Porque de amor es la carne de mi prosa, y del color de amor se tiñe su vestido.
Leopoldo Marechal, Adán Buenosayres



Este trabajo se propone rastrear en la producción de Leopoldo Marechal el entrecruzamiento de textos italianos que funcionan como una cadena significativa del erotismo, a partir de la cual se puede reconstruir el horizonte ideológico del sujeto de la enunciación y la legibilidad social del texto literario, ya que toda palabra está en un diálogo social e histórico, en una interacción discursiva en donde se reactualizan y se convocan representaciones que reproducen valores sociales y proyectos ideológicos, por lo que la lectura constituye un trabajo con la memoria colectiva y con la productividad del entramado de numerosos discursos y voces.
La complejidad de la escritura de Leopoldo Marechal se produce por la aparente diseminación polifónica con lo paródico de las estrategias carnavalescas – apropiadas de la cultura popular y de las producciones carnavalizadas – y por la concentración didáctica y anagógica con la legislación interna de la épica mística – que continúa los valores del dolce stil nuovo y de los sermones medievales.
En este encadenamiento textual y en la convergencia de semas, el erotismo organiza la escritura y se constituye como un sistema de valores que regula el espacio ideológico de los sujetos, sus prácticas sociales y discursivas. Es a partir del erotismo que se construye la noción de héroe, en «la relación estrecha que existe y debe existir entre las cosas y sus nombres; porque el nombre es la cosa misma en la expresión de esencia inmutable» (Marechal, 1936 b: 489)[4]. De esta manera, el héroe, cuyo nombre «deriva de Eros, nombre antiguo del amor» (DAAB, 95), es entendido como el «Amante» que debe recorrer una «vía de amor», en tanto «el heroísmo es un movimiento de amor hacia los demás, que exige del héroe un despojo absoluto de sus intereses individuales» (Marechal, 1936 a: 101), «un sacrificio amoroso […] de darse todo, cuando la empresa lo exige todo y lo merece todo» (Ibid, 1936 b: 487). Esa vía de amor  del héroe y del lector modelo – que se comprende como «la experiencia mística del viaje del alma que tiende a unirse a Dios» (Ibid, 1944: 17, 25) en la búsqueda de «la Amorosa Madonna Intelligentza» (MG, 173) del stilnovismo  italiano -, se realiza en un itinerario con pruebas que se deben superar y que configuran la mirada al mundo sostenida con convocatorias textuales.
En esta mirada, las estrategias carnavalescas sostienen la interpretación o narración significativa de la crisis del erotismo sublime, señalando con lo cómico de las parodias y de las sátiras lo ridículo de un amor que sólo se limita a lo carnal, a lo bajo corporal, perdiendo en la multiplicidad y en las apariencias lo trascendente del poder unitivo del Amor. Esta crítica se construye con la apropiación selectiva de algunos textos italianos paródicos. De esta manera, el extravío colérico de Adán Buenosayres (AB, 145-146) convoca paródicamente la locura de Orlando Furioso de Ludovico Ariosto (1516-1532), parodia, a su vez, de Orlando Innamorato  de Matteo Maria Boiardo (1487)[5]:

Confieso haber padecido la furia de Orlando, a causa de celosos amores, y haber demolido a Villa Crespo, sin otro utensilio que una masa de combate. (AB, 246)


Este extravío por amor señala que la heroicidad del mundo caballeresco se ha perdido, que la locura ha reemplazado el ideal místico de amor del héroe y que la confusión y la destrucción han desplazado «la integridad épica y trágica del hombre» (Bajtin, 1988: 164). En un mundo en crisis, que ha trastocado los valores del amor épico y místico, la escritura se construye utilizando a las estrategias paródicas como tácticas de seducción, pero manteniendo la legislación interna de la épica:

En cuanto al método de mi relato, será necesariamente lineal y rapsódico: seguiré la lección del gran Ludovico en su Orlando Furioso… (MG, 21)

La pérdida de los valores trascendentes del amor implica el extravío del héroe en la Via de amor tras la Madonna Intelligenza  que, a la manera de Ulises en su regreso a Ítaca, se demora en los engaños de un mundo basado en lo material, en los cantos de las sirenas, en la entrega sin moderación en la lujuria, alejándose así de la salvación espiritual. Esta denuncia se entreteje en el recorrido agónico y centrífugo de Adán Buenosayres por la calle Gurruchaga y en su descenso a los infiernos – tal como lo había hecho Dante en la Divina Comedia -, en los preparativos infernales del banquete de Severo Arcángelo y en la guerra de Megafón, con su descenso final al Chateau des Fleurs, que evoca «el jardín secreto donde […] ocultó el italiano Durante – es decir Dante – su fior enigmática» (MG, 285). El relato del mal y la crítica a los vicios se sostienen en la espiral de Tifoneades, cuyo carácter lujurioso señala la dispersión y el extravío de la humanidad en cada una de las diez espiras que, a la manera de las jornadas del Decameron de Boccaccio, será conducida por un guía y simbolizará un vicio, parodiando el amor místico de Dante y Petrarca (MG, 325) y reactualizando el Decameron de Giovanni Boccaccio y los cuentos eróticos de Pietro Aretino, según el cual «el vicio crea en el mundo un desorden fatal e inevitable, y […] el único recurso contra él consiste en contemplar su cortejo de locuras y máscaras para reír» (Alexandrian, 1990: 66):

Sólo puedo adelantarles algunos informes del catálogo: si ellas abren la boca, sólo es para contar historietas de un valor estimulante, repetir con mímica fragmentos del Decamerón, recitar estrofas de Pietro Aretino… (MG, 308)

Debo confesar que, al enfrentarme con la novena rapsodia, tuve que derrotar una tentación a la que habrían sucumbido muchos, ya que la Fundación del griego trae materias que sublimarían al pornógrafo más exigente. Al hacerlo he acatado la lección poético-metafísica de un Ovidio con sus riendas o un Juan Bocaccio en sus frenos de aire, lo cual nos vuelve a demostrar la ventaja de nutrirse con muertos bien elegidos por la crítica. (MG, 299)


De esta forma, si bien se mantiene el impulso del amor porque los amantes del Decameron y Megafón se esfuerzan por «alcanzar el objeto de su amor y vencer las dificultades» y así alcanzar la calma (Gómez Bedate, 1990: XX-XXI), la escritura marechaliana (MG) deforma el juego amoroso del Decameron – libro del triunfo del amor humano en todas sus posibles dimensiones» (Gómez Bedate, 1990: XIX) – constituyendo otra forma de lo grotesco a partir de lo grotesco, en tanto el Decameron es el «coronamiento italiano del realismo grotesco carnavalesco bajo formas más reducidas y pobres» (De Diego, 1986: 71). A su vez, en la escritura de Marechal (en los distintos infiernos: Cacodelphia, el Banquete, la espiral de Tifoneades) como en la de Boccaccio – y en la de Dante Alighieri – se censuran errores, partiendo de hechos y personajes históricos, para buscar la perfección y las virtudes, como otra forma más de la caridad, es decir, de amor al prójimo, de tal forma que el enseñar divirtiendo  implique la aceptación de los vicios con la risa, pero procurando cambiarlos, Boccaccio por la moral con una disminución de la mística por la alegría de un mundo profano y azaroso que parodia la devoción y la penitencia de la Divina Comedia, Marechal y Dante por la religión con la apoteosis del amor místico y la espiritualización de la mujer.
La crítica al amor profano que se construye en la escritura marechaliana con lo cómico y con las convocatorias textuales de las parodias de Orlando Innamorato, de los cuentos de Pietro Aretino y del Decameron se apoya en la concepción mística del amor del dolce stil nuovo, especialmente con Dino Compagni, con Dante y con Petrarca, tal como afirma explícitamente Marechal en “Claves de Adán Buenosayres” (CN, 126-127), explicando, a su vez, la propuesta de los fedeli d’amore que practicaron el dolce stil nuovo:

Sin embargo, ese influjo es tan grande como “definitorio”; y mi terrible maestro lo ejerce, no como autor de la Commedia, sino como integrante y jefe de los “fedeli d’Amore”. […] Me limitaré a decir, en síntesis: a) que los “fieles de Amor” celebraron, en lenguaje amoroso, a una Dama enigmática; b) que dicha Señora, pese a los nombres distintos que le da cada uno de sus amantes (Beatriz, Giovanna o Lauretta), se resuelve al fin en cierta Mujer única y simbólica; c) que la noción de tal Mujer se aclara en Dino Compagni, cuando ese “fiel de Amor” la designa con el nombre de Madonna Intelligentza; d) que Madonna simboliza el Intelecto trascendente por el cual el hombre se une o puede unirse a Dios, y que lo simboliza en su “perfección pasiva o femenina”; e) que, por tanto, Madonna es la Raquel de los hebreos, la Sophia de los gnósticos, la Janua Coeli (puerta del cielo) y la Sedes Sapientiae (asiento de la sabiduría) que los cristianos entendemos en la Virgen Madre. (CN, 126-127)

La escritura de Marechal – y no sólo el Cuadernos de Tapas Azules  de AB, «cuya filiación ha de buscarse, precisamente, en la Vita Nuova del maestro florentino» (CN, 127) – reactualiza y mantiene los valores y las cualificaciones ideológicas de estas textualidades en donde se entrecruzan la poesía trovadoresca, el misticismo y el neoplatonismo, constituyendo el intelletto d’amore el núcleo estructurante con el cual el sujeto colectivo se identifica en un espacio simbólico e ideológico, a partir de esta concepción del amor:

… el amor, lejos de constituir un pecado, no es más que una manifestación, santa y natural, del más elevado instinto del hombre que lo orienta hacia Dios... (Penna, 1944: 39)

La mujer tiene una función casi divina como puente re-ligante, volviéndose casi incorpórea en su espiritualización, convirtiéndose en símbolo y alegoría del amor místicamente espiritual y sublimado, que permite, al despertar virtudes, el ascenso del héroe, del poeta y del lector al cielo, del mismo modo que Dante es conducido por Beatriz en «Il Paradiso» de la Divina Commedia. Al igual que en el código de caballería y de la poesía trovadoresca cortés, en la escritura de los fedeli d’amore, incluida la de Marechal, la Dama es la «donna angelicata», el ideal perfecto adorado que se le rinde culto, la «luce intellettual, piena d’amore» («Paradiso», XXX, 40)[6], la «substancia universal» (BSA, 235) «en la que el poeta deposita su propia concepción de la vida formulada en el sentimiento amoroso como forma de Conocimiento» (Marti, citado en Crespo, 1996: 165), mientras que el caballero o amante – héroe o poeta – sólo adquiere valor amando, porque el amor es signo de espíritu gentil, tal como lo afirma Guido Guinizzelli, el padre de los estilnovistas, en su canción «Al cor gentil ripara sempre Amore». De esta forma, el héroe y el poeta son el amante que realiza el movimiento centrípeto de retorno al centro, opuesto al movimiento centrífugo de dispersión que se señalaba con las convocatorias y los diálogos paródicos.


En este itinerario metafísico o via d’amore, el saludo y la mirada de la Dama – sea Beatriz o Lucía Febrero – adquieren un valor redentor y salvífico, porque al mirar en los ojos y en la sonrisa el alma (Dante, Convite, 3, II, 9), el rostro del conocimiento, de la belleza entendida como la luz de Verdad y de Dios se puede alcanzar el estado de beatitud, es decir, de alegría de las almas en la contemplación de la perfecta visión intelectual, en la unión con el objeto amado sobre el cual «desciende la virtud divina, como desciende sobre el ángel que la ve» (Dante, Convite, 3, II, 37):

Venga, pues, vuestro saludo hacia mí y entre dentro de mi corazón, que ya lo está esperando, amable señora… (Dante, VIII. A una Dama pidiéndole un saludo, 1980: 841)

Sì che appare manifestamente che ne le sue salute abitava la mia beatitudine, la quale molte volte passava e redundava la mia capacitade.
Ora, tornando al propósito, dico che poi che la mia beatitudine mi fu negata, mi giunse tanto dolore, che, partito me da le genti, in solinga parte andai a bagnare la terra d’amarissime lagrime. (Dante, Vita Nuova, XI, XII)[7]

Semejante al viajero en exilio que regresa y vuelve a contemplar el rostro de sus amores, Megafón se conturba y siente que lágrimas de alivio corren por sus mejillas: en aquella mujer ha reconocido a la Novia Olvidada, la que tantas veces meditó él en su vigilia y acarició en su sueño […] Lucía Febrero, ¡y toda ella!, es un canto a la libertad, como si la integrase una bandada inmensa de palomas en vuelo. Y es aquí donde Megafón, que ha triunfado, recibe de la Novia primero “la mirada”, enseguida “el saludo” y finalmente “la voz”. (MG, 337)

Por entregarme al sueño
y equivocar el rumbo,
la Rosa me ha negado
su admirable saludo. (P, El Centauro, 177)

El hacer heroico es, por tanto, el hacer amoroso que implica la posibilidad de hablar por la contemplación de la perfecta visión intelectual «de la belleza, del amor y de la felicidad» (DAAB, 41), realizar el itinerario metafísico de retorno al Centro como Beatriz «que después de una breve peregrinación retorna al cielo, belleza espiritual, o luz intelectual» (De Sanctis, 1952 II: 151) y «¡Vivir en otro eternamente, como la rosa, y por la eternidad del Otro!» (AB, 18) por la virtud unitiva de la Inteligencia Mística  o del Amor, «mediador y principio de las cosas divinas y humanas» (De Sanctis, 1952 II: 150). La filiación  de la escritura marechaliana al dolce stil nuovo  se marca incluso explícitamente al llamar Amigo a Dante:

Pero, ¿quién habló luego del amor? Fue Amigo. Y lo primero que señaló fue aquella virtud amorosa por la cual el Amante, con los ojos vueltos hacia el Amado, se olvida de sí mismo, trueca su forma por la forma de lo que ama, va muriendo a su propia vida y resucitando a la vida del Otro; hasta que por fin el Amante se convierte en Amado. (AB, 379)

Si se le llama Inteligencia, es porque tiene al conocimiento y conoce; si se le dice de amor, es porque su operación ha de semejarse a la operación amorosa. Por lo tanto, siendo amor el movimiento de un amante hacia un amado, que termina o quiere terminar en la unión efectiva del uno con el otro, la inteligencia mística debe de ser el movimiento de un cognoscente hacia un conocido, que termina en la visión efectiva del conocido por el cognoscente. (Marechal, 1944: 21)

Al igual que el movimiento heroico, el arte es trascendente y unitivo, porque permite el ascenso del alma por la belleza al actuar como l amor y la verdad, llevando «de la multiplicidad a la unidad, del efecto a la causa, de la donación al Donante» (Marechal, 1938: 64). El poeta es «un instrumento del Primer Amor» (AB, 256), cuya gloria – tal como la explica Dante - «es su fidelidad como imitador del Verbo y como agente del Primer Amor» (Ibid), en un sacrificio por su vocación, re-ligando con la belleza. De esta manera, la concepción del intelletto d’amore conforma también la poética marechaliana, configurando a la escritura misma como un puente re-ligante, un movimiento intelectual en la via d’amore que permite la virtud y el universo con Dios:

Mas, como Tu palabra se anuncia con lo hermoso
y lo hermoso nos llama ciertamente al amor,
llegué a la espira de mi laberinto
donde ya el Hablador quiere ser el Amado
y el alma se trueca en Amante. (H, 194)

determinando, además, que la búsqueda de la Madonna Intelligentza sea el motor de la poesía, que se transforma así en un decir de amor, tal como la concibe Dante y la poesía stilnovista:

…vive aún y vivirá Lucía Febrero al alcance de los poetas que la busquen. (MG, 340)

y respondiendo, por tanto, a la pregunta un tanto angustiosa que se hiciera Petrarca frente a la escritura y al amor:

S’amor non è, che dunque è quel ch’io sento?
Ma s’egli è Amor; per Dio, che cosa e quale? (Petrarca, In vita, CXXXII)[8]

De esta forma, el recorrido de lectura en la cadena significativa del erotismo sostenida con la reactualización de algunos textos italianos construye la concepción poética y la imago mundi en dos valoraciones y cualificaciones del amor, diferenciando didácticamente el Amor Celeste del Terrestre, es decir, el unitivo, espiritual y místico del carnal y bajo que dispersa, en un proceso de sublimación con el registro serio y de censura o crítica con lo cómico, ridículo o grotesco.
Esto, a su vez, permite señalar que, más allá de las apariencias polifónicas y descentralizadoras que se construyen con las estrategias de carnavalización – apropiadas sobre todo de Gargantúa  y Pantagruel de François Rabelais -, el intelleto d’amore funciona como el movimiento de centralización religioso y místico de la escritura, constituyéndose en la base monológica que determina, por tanto, la no resolución última del dialogismo, a favor de un proyecto anagógico.
Finalmente, es desde esta cadena significativa del erotismo que se puede reconstruir la base ideológica de la escritura marechaliana, en su continuación y renovación de esta memoria cultural, en el reconocimiento del lugar de su escritura y de su voz, cuando el sujeto de la enunciación dice seriamente, oculto tras una aparente irreverencia:

Yo tuve dos encuentros con Amor
(lo juro por la cofia del maestro Alighieri). (H, La erótica, 163)


Bibliografía 
I. Tabla de siglas por orden alfabético:
AB                   Adán Buenosayres
BSA                El Banquete de Severo Arcángelo
CN                  Cuaderno de navegación
DAAB             Descenso y ascenso del alma por la belleza
H                     Heptamerón
MG                 Megafón o la guerra


II. Textos de Leopoldo Marechal
Carta abierta; en «Sur», n° 25 (1936 a), pp. 100-102.
Fundación espiritual de Buenos Aires; en Homenaje a Buenos Aires en el cuarto centenario de la fundación. Ciclo de disertaciones histórico-literarias auspiciado por la Intendencia municipal de la ciudad de Buenos Aires. Buenos Aires: Taller de Jacobo Peuser, 1936 b, pp. 479-492.
Poesía religiosa española, en «Sur», n° 49 (1938), pp. 63-65.
Prólogo; en: de la Cruz, San Juan, Cántico espiritual. Buenos Aires: Ángel Estrada y Cía. S.A. Editores, 1944, pp. 13-33.
Heptamerón. Buenos Aires: Sudamericana, 1974 a.
Cuaderno de navegación. Buenos Aires: Sudamericana, 1974 b.
Poesía (1924-1950). Incluye Días como flechas, Odas para el hombre y la mujer, Laberinto de amor, Poemas australes, El centauro, Sonetos a Sophia y otros poemas, Canto de San Martín, El Viaje de la Primavera, Poemas dispersos y desconocidos. Buenos Aires: Ediciones del 80, 1984.
Adán Buenosayres. Buenos Aires: Planeta, 1994 a.
El Banquete de Severo Arcángelo. Buenos Aires: Planeta, 1994 b.
Megafón o la guerra. Buenos Aires: Planeta, 1994 c.
Descenso y ascenso del alma por la belleza. Buenos Aires: Vórtice, 1994 d.


III. Textos críticos sobre Leopoldo Marechal
Barcia, Pedro Luis. «Introducción biográfica y crítica»; en Marechal, Leopoldo, Adán Buenosayres. Madrid: Castalia, 1994 a, pp. 9-135.
__. «Marechal y la aventura estético religiosa del alma»; en: Marechal, Leopoldo, Descenso y ascenso del alma por la belleza. Buenos Aires: Vórtice, 1994 b, pp. 5-30.
Bravo Herrera, Fernanda Elisa. La teoría del humor en la producción de Leopoldo Marechal. Salta: UNSa, Tesis de Licenciatura, 1997.
Coulson, Graciela. Marechal. La pasión metafísica. Buenos Aires: Fernando García Cambeiro, 1974.
Cricco, Valentín – Fernández, Nora – Paladino, Nilda – Piñeyro, Nidia. Marechal, el otro. La escritura testada de Adán Buenosayres. Buenos Aires: Ediciones de la Serpiente, 1985.
Chiesi, Bernardo A. La espiritualización del eros en la obra de Marechal. Buenos Aires: Centro de estudios latinoamericanos, Colección ensayos breves, n° 3, 1981, pp. 5-21.


IV. Bibliografía general
Alexandrian. Historia de la literatura erótica. La mejor síntesis histórica de un género secularmente prohibido. Buenos Aires: Planeta, 1990.
Alighieri, Dante. Obras ompletas. Madrid: BAC, 1980.
__. La Vida Nueva. Madrid: Siruela, 1985.
Ariosto, Ludovico. L’Orlando Furioso. Milano: Hoepli, 1993.
Bajtin, Mijail. «Epopeya y novela I»; en: Eco, n° 193 (1977), pp. 37-60.
__. «Epopeya y novela II»; en: Eco, n° 195 (1978), pp. 283-300.
__. Problemas de la poética de Dostoievski. México: FCE, 1998.
__. Teoría y estética de la novela. Madrid: Taurus, 1988.
__. Estética de la creación verbal. México: S. XXI, 1990 a.
__. La cultura popular en la Edad Media y Renacimiento. Madrid: Alianza, 1990 b.
Boccaccio, Giovanni. Decamerón. Madrid: Siruela, 1990.
Crespo, Ángel. «Dante y el stil nuovo. Vida y obra de Dante, Petrarca y el humanismo»; en: AAVV, Historia de la literatura. Barcelona: RBA, 1996, tomo I, pp. 157-192.
Cros,  Edmond. Literatura, ideología y sociedad. Madrid: Gredos, 1993.
De Diego, J. A., «Cronología crítica del grotesco»; en: BAAL, LI (1986), pp. 61-140.
De Sanctis, Francesco. Storia della letteratura italiana. Milano: Sonzogno, volumen I.
De Sanctis, Francesco – Flora, Francesco. Historia de la literatura italiana. Buenos Aires: Losada, 1953, tomo II.
Gómez Bedate, Pilar. «Introducción»; en: Boccaccio, Giovanni. Decamerón. Madrid: Siruela, 1990, pp. IX-XXXI.
__. «El cuento en la Edad Media»; en: AAVV, Historia de la literatura. Barcelona: RBA, 1996, tomo I, pp. 193-204.
González Porto-Bompiani et al. Diccionario literario de obras y personajes de todos los tiempos y de todos los países. Barcelona: Montaner y Simón, 1967.
López Suárez, Mercedes. «El Renacimiento italiano»; en: AAVV, Historia de la literatura. Barcelona: RBA, 1994, tomo I, pp. 265-276.
Penna, Mario. Historia de la literatura italiana. Madrid: Atlas, 1944.
Petrarca, Francesco. Cancionero. Barcelona: RBA, 1995.
Vossler, Karl. Historia de la literatura italiana. Barcelona: Labor, 1995.

Notas:

[1] "Reescrituras de textos literarios en la producción de Leopoldo Marechal: sublimación y censura de lo erótico", trabajo presentado en el XIV Congreso de Lengua y Literatura de A.D.I.L.L.I. (Asociación de Docentes e Investigadores de Lengua y Literatura Italianas). Organizado por A.D.I.L.L.I. (Asociación de Docentes e Investigadores de Lengua y Literatura Italianas) y por la Universidad Nacional de Salta. Salta, 21-24 de octubre de 1998. Publicado en Lisi, Fulvia Gabriela (comp.), Erotismo. Clase y sectores sociales en la lengua y la literatura italianas, Vol. I de las Actas del XIV Congreso de Lengua y Literatura Italianas de A.D.I.L.L.I. (Asociación de Docentes e Investigadores de Lengua y Literatura Italianas). Salta: Universidad Nacional de Salta – ADILLI – Instituto Italiano de Cultura, 1999, pp. 149-159.
[2] “Todos mis pensamientos hablan de Amor”.
[3] “Soy uno que, cuando amor me inspira, escribo, y lo voy expresando en el modo que él dentro me dicta”.
[4] Algunos textos de Marechal se citarán por año de edición y otros con siglas. Cfr. “Tabla de siglas” y “Bibliografía” al final de documento.
[5] El Orlando Innamorato fue parodiado también en el Orlandino de Pietro Aretino (1540) y en el Orlandino  de Teofilo Folengo (1526-1527) o Limerno Pitocco que escribió con el seudónimo de Merlino Cacaio las Macarroneas  (1521), un conjunto de poemas ridículos y burlescos. Esta serie de parodias también remiten a la locura caballeresca de Lanzarote del Lago, de la saga artúrica, a la del Quijote de la Mancha de Miguel de Cervantes Saavedra y a la de Ofelia en Hamlet de Shakespeare.
[6] “La luz intelectual, llena de amor”.
[7] “Por todo ello, aparece manifiesto que en su saludo residía mi felicidad, la cual muchas veces sobrepasaba y vencía mis facultades Volviendo ahora a mi propósito, digo que luego que mi felicidad me fue negada, me sobrevino tanto dolor, que, apartado de la gente, a un solitario lugar fui a humedecer la tierra con amarguísimas lágrimas”.
[8] “Si no es amor, ¿qué cosa es lo que siento? Mas si es Amor, por Dios, ¡qué cosa es y cuál?”

Imágenes:
"La Scapigliata", de Leonardo Da Vinci (ca. 1506).
"Orlando Furioso", de Gustave Doré (1877).
"A Tale from the Decameron", de John William Waterhouse (1916).
"Dante and Beatrice", de Henry Holiday (1883).
Orlando innamorato, de Matteo Maria Boiardo. Venezia, Nicolò Zoppino, 1528.