miércoles, 25 de enero de 2017

Quanti sono gli italiani in Argentina, de Bruno Zuculin, (1925)



«Molti giovani figli di proprietari di vignetti delle provincie di Mendoza e di San Juan, figli d’italiani od argentini, vengono a studiare alla Scuola enologica di Conegliano; così nelle ‘bodegas’ si parla più italiano che spagnuolo... o meglio argentino, dato che lo spagnuolo parlato nell’Argentina si differenzia ogni giorno più dalla pura lingua castigliana dell’antica Madre-patria, non solo nella pronuncia – giò per yo, cavagio per cavaglio, ecc. – ma anche nella terminologia e nella costruzione dei periodi: oramai non si può certo dire che sia identica la lingua che si parla a Buenos Aires e quella parlata a Santiago, lima o Avana. È però superfluo aggiungere che i nostri emigranti non sospettano affatto tante sottigliezze grammaticali e dicono ‘giò’ con l’assoluta convinzione di parlare come Don Chisciotte. La grande rassomiglianza tra le due lingue è però un potente incentivo alla più rapida snazionalizzazione, così che un puro italiano diventa spesso un vero argentino, cosa che ben di rado succede nei paesi anglo-sassoni, dove la perdita della nazionalità si ha solo alla generazione nata oltre Atlántico. Raramente avvengono mutamenti di cognomi (talvolta giustificati come quello d’un noto medico Ciancio che cambiò nome perchè non voleva vedere sorrisi sulle labbra di chi parlando la lingua del paese doveva forzatamente chiamarlo Dottor Porco), in modo che in tutti gli ambienti sovrabbondano i cognomi italiani, cosa che non succede affatto al Brasile. Per es. nella narina da guerra i discendenti da italiani sono in numero fortissimo, molti figurano tra le alte acriche dell’esercito, nel Senato ed alla Camera dei Deputati, nella magistratura ed in tutti gli impieghi pubblici. Sotto tale punto di vista è fuori dubbio che in nessun altro paese i discendenti da italiani sono così preponderanti ed influenti; per quanto la Repubblica Argentina non abbia ora un Presidente discendente da italiani come le confinanti repubbliche dell’Uruguay e del Cile, essa ha però una italiana di nascita – Regina Pacini de Alvear – al posto di Presidentessa, come rilevai in un articolo precedente, così che il nome dell’Italia è stimato e riverito nella persona della consorte del Presidente Marcello T. de Alvear.
Le trionfali accoglienze che S. A. R. il Principe di Piemonte ebbe in tutte le tappe del suo viaggio nell’Argentina, nelle città e nei villaggi, nelle ‘pampas’ e sulle Ande nevose, provarono a tutti quanto forte sia sempre negli emigrati l’affetto per la Madre-patria che essi vollero salutare nel sorriso del giovane Principe Sabaudo che incantò giovani e vecchi e riscosse le più calorose ed unanimi simpatie.
Un’altra notevolissima prova la diedero gli emigrati durante la guerra quando dall’Argentina, malgrado la lunghezza e le difficoltà del viaggio, accorsero sotto le armi in più alta percentuale che quelli degli altri stati d’oltremare, combattendo valorosamente – spesso senza nemmeno parlare l’italiano, come un mio domestico – e morendo per la Patria che moltissimi – emigrati da bambini – non conoscevano affatto, mentre coloro che rimasero in Argentina costituirono Comitati Pro Patria, raccogliendo tali somme e distribuendo alle famiglie dei richiamati soccorsi settimanali così ingenti da far invidia alle famiglie dei richiamati di tutte le altre nazioni alleate, il che non credo certo sia successo altrove.
In una parola: i connazionali emigrati in Argentina non si ritengono, ed effettivamente non sono, secondi al altri, anche se meno numerosi di quelli emigrati agli Stati Uniti.
Onore a loro!»


Bruno Zuculin, «Quanti sono gli italiani in Argentina», Le vie d’Italia e dell’America Latina. Rivista mensile del Touring Club Italiano. Milano, Anno XXXI, N° 3, Anno II dell’Ediz. per l’America Latina, Marzo 1925.

Il nostro lavoro nell'Argentina coi primi emigranti, de Giacomo Pavoni (1926)



«L’Italia ha dato ai paesi dell’America latina migliaia di lavoratori, ma braccia. Gente che ha popolato i deserti, ma uomini di fatica.
È la definizioe che si dà dei nostri emigranti. Accettiamola per due ragioni. Primo, perchè in realtà la nostra emigrazione aveva questo carattere che non ha ancora perduto. Secondo, perchè a testimoniare l’operosità, l’intelligenza, lo spirito d’iniziativa dei nostri lavoratori, restano le opere.
Anche nei paesi dove non sono che piccoli nuclei di avanguardia, qualcosa c’è che non si distrugge del loro lavoro.
Ha un segno di forza e di fatica.
C’è, nel segno – espressione della razza – l’impronta di una volontà salda, chiara, impavida. Chi ha vinto non avrà avuto che braccia, ma gli bastarono per salire dall’oscurità ai fastigi del nome e della ricchezza.
Restano i segni. Da per tutto.
Nell’Argentina, più che in qualunque altro paese. È qui che i nostri emigrati hanno costruito di più.
Noi li seguiremo nell’opera, senza illuderci di dare la rappresentazione viva di un quadro che ha proporzioni troppo vaste per la cornice di un articolo, nè può essere contenuto a frammenti nei due o tre articoli che scriveremo con più modeste pretese.
L’intnzione è quesat: dare un’idea per quanto lontana del lavoro ch’essi hanno compiuto laggiù, il quale si ricollega allo sviluppo di quell’immenso paese in piena efervescenza, e animare qualche figura.

*
*        *

Le prime correnti emigratorie verso il Rio de la Plata si determinano – pare – intorno al 1853, ma c’è comunque chi le ha precedute.
È dal ’53 l’iniziativa presa a Buenos Aires da un gruppo d’italiani per la costruzione di un ospedale che sorgerà qualche anno più tardi.
Si può risalire ancora. Nel ’40, alla Boca, gl’Italiani sono già numerosi: marinari che esercitano il piccolo cabottaggio coi palebots, calafati, mastri d’ascia, costruttori che han creato sulle rive del Riachuelo i loro cantieri, innalzato le prime case di legno, aperto le prime botteghe.
Prevalgono i genovesi. La parlata comune è il dialetto ligure, vivo anche oggi.
Lo parlano gli stessi argentini, pur così gelosi della loro nazionalità. è nelle tradizioni familiari, come rimane nella famiglia il dialetto lombardo e piemontese nelle campagne della provincia di Santa Fè. Qui, trattandosi di popolazioni sparse, il fenomeno è meno intenso; ma c’è un momento, alla Boca, in cui il dialetto ligure diventa una necessità anche per i baschi e... se ce ne sono, per gli stessi inglesi.
Per molti anni la Boca è stata una città a sè, con una popolazione prevalentemente marinara. Romane ancora il centro marinaro della capitale argentina, fulcro del piccolo cabottaggio, attiva di traffici, ma con la costruzione del porto il movimento dei passeggeri e delle merci che aveva la sua base nel Riachuelo, è andato spostandosi nei docks.
La borgatta popolosa, in cui predomina l’elemento italiano, vive ancora del suo; ma se conserva la sua fisonomia di... porto di mare, va perdendo il carattere che le davano le sue case di legno facilmente trasportabili, in cui era qualcosa di provvisorio, il dialetto e... gli allagamenti.»


Giacomo Pavoni, «Il nostro lavoro nell’Argentina coi primi emigranti». Milano, 1926.

L’Argentina e l’emigrazione italiana, de Dionisio Petriella (s/f)



«Il nostro emigrante, in una città argentina, potrà divertirsi più o meno come in una città italiana. Se ha passione per il cinema, con una somma che va da 15 a 150 lire potrà vedere un bel film comodamente seduto e senza che lo molesti l’aria viziata, perchè nei numerosi cinematografi argentini (solo a Buenos Aires ve ne sono più di 150), vi è molto spazio tra le file di poltrone, nessuno fuma, nè uomini nè donne, e nessuno si toglie la giacca.
Se preferisce il football, ha nella sola Buenos Aires da scegliere tra una decina di stadii monumentali affollati ogni domenica da centinaia di migliaia di tifosi.
Il football però ha un concorrente serio nelle corse dei cavalli, una passione ancestrale dei creoli per i quali costituisce una vera piaga sociale come il banco lotto per l’Italia, tante sono le scommesse che gli argentini d’ogni classe sociale giocano nei numerosi e splendidi ippodromi della Repubblica. Il nostro emigrante vada al football, ma lasci stare i cavalli, perchè la corsa, carrera, è una passione contagiosa e costosa. Le persone serie in Argentina hanno orrore del carrerista, che vive con l’ossessione costante del suo cavallo favorito, a tal punto che la qualifica di carrerista è sufficiente per frustrare un buon impiego o la possibilità di un matrimonio. Questo va tenuto molto in conto dai nostri emigranti scapoli, perchè la donna argentina ha fama di essere bella e virtuosa.
Contrariamente a quanto si crede la corrida de toros è sconosciuta in Argentina, perchè severamente proibita dalla legislazione locale, molto favorevole alla protezione degli animali.
Nella campagna, il nostro emigrante sellerà un cavallo (troverà sempre l’amico che glielo presti, finchè non abbia il suo) e andrà a dominguear al pueblo. Quivi non gli mancheranno compagni per una partita a bocce o per un tressette o scopone; finch
è anche lui non sia conquistato dalle grazie del truco, un bellissimo gioco creolo eseguito con il nostro mazzo di carte in una o più coppie di giocatori, che usano esprimersi in versi! Nelle grandi occasioni si hanno corse di cavalli, la taba ed altri giochi proibiti, e balli creoli, (il gato, la zamba, la chacarera, etc. che si ballano separati e son tutti graziosi e castissimi) i quali, a poco a poco, vanno cedendo il passo al tango, il foxtrot, la rumba ed altri balli cittadini meno casti.»

Dionisio Petriella. L’Argentina e l’emigrazione italiana. Con prefazione di Vittorio Emanuele Orlando. Buenos Aires: Asociación Dante Alighieri, s/d.



miércoles, 21 de diciembre de 2016

Italia en el sentir y pensar de Mitre, de Adolfo Mitre (1960)



« “Gobernar es poblar” era la consigna de los discípulos de Juan Bautista Alberdi, pero los más se inclinaban por “la inmigración dirigida”, que aportaba no sólo brazos, sino también capitales. La otra, integrada en su mayor parte por hombres sin otra riqueza que su pujanza y su fe, era objeto de suspicacias, provocadas también por la escoria de la misma, que permanecía adherida a las adyacencias del puerto o introducía en la ciudad castiza una modalidad exótica en la jerga enrevesada, por desear ser “criolla” y llegar a serlo; en la agitación callejera, en al cual agitaba el colorido del ropaje meridional entre la opacidad melancólica de la austeridad indumentaria jactanciosamente burguesa. Era en vano que entre los depositantes en el Banco de la Provincia en 1868, treinta fueron los italianos y sólo dieciocho los argentinos, contando éstos allí con veintisiete millones de pesos contra veinte de aquéllos y catorce propiedad de ingleses. Gobernaba Domingo Faustino Sarmiento, para quien el progreso ­–vago término que a la sazón escribíase con enfática mayúscula-, venía casi exclusivamente del Norte, fuera Estados Unidos, fueran las naciones europeas de sangre sajona. A “los otros” inmigrantes se les atribuía hasta la difusión de epidemias, como la fiebre amarilla, en 1870. Es precisamente el año en que el senador Benjamín Villafañe, presenta el proyecto de hacer llegar al país, previo el pago de setenticinco pesos fuertes para ayudar al costo del pasaje, un grupo de inmigrantes germanos seleccionados por una compañía a la cual se concedían cuatrocientas leguas en el Chaco; es también el año en que Mitre defiende en cuatro discursos, en otras tantas sesiones, a la vituperada “inmigración espontánea”.
Esos discursos, publicados en fascículo en 1870 y que abarcan desde la página 97 a la 149 del segundo tomo de sus “Arengas”, en la edición definitiva de la Biblioteca de “La Nación”, dejan sentada la posición argentina frente a la “inmigración artificial”, es decir la que responde a convenios oficiales y que ofrece cuando menos el peligro de crear en un país de aluvión concentrados núcleos extranjeros que no se adapten a la tierra de adopción y prolonguen modalidades racionales, excluyentemente “propias”. Son discursos-ensayos, densos en doctrina y a la vez ricos en testimonios acerca de las ventajas de la libre afluencia de extranjeros por sobre la contratación de éstos por medio de convenios en los cuales las empresas basadas en lógicas especulaciones de lucro llevan el mayor provecho.
Estudia en ellos Mitre antecedentes de Estados Unidos y Australia, para ensalzar a la “inmigración espontánea” a la cual califica de “gravitación de voluntades e intereses en nuestro bien” y “fuerza nativa que concurre a nuestro progreso…”¿Quiénes representan a esa “fuerza” incorporada a la del país, a esa “gravitación” de efectos futuros incalculables hasta por no responder a las determinaciones demográficas regidas por cláusulas en principio imprescriptibles? En el censo de 1869, planeado en su presidencia, pero postergado por efecto de la guerra del Paraguay, establécese en 211.993 el número de extranjeros residentes en el país, de los cuales 4.997 son alemanes; 5.860 suizos; 10.709 ingleses; 32.383 franceses y 34.080 españoles. A todos ellos superan los italianos. Ya son 71.442! A éstos, se dirige principalmente, por lo tanto, la defensa del antiguo “commilitone” de Garibaldi.
De ahí que en su último discurso, en la “arenga” tendiente a influir con una inducción un poco sentimental a la extensa exposición de lo teórico y lo práctico, les dedique este definitorio elogio, esta definitiva alabanza:

“Quiénes son los que han fecundado las diez leguas de terrenos cultivadas que ciñen a Buenos Aires? ¿A quiénes debemos estas verdes cinturas que rodean todas nuestras ciudades a lo largo del litoral, y aún esos mismos oasis de trigo, de maíz, de papas y arbolados que rompen la monotonía de la pampa inculta? A los cultivadores italianos de la Lombardía y del Piamonte, y aún de Nápoles, que son los más hábiles y laboriosos agricultores de Europa. Sin ellos no tendríamos legumbres, ni conoceríamos siquiera cebollas, como el campesino de Virgilio, porque estaríamos respecto de horticultura en las condiciones de los pueblos más atrasados de la tierra. ¿A quién se debe el fomento de nuestra marina de cabotaje y la facilidad y la baratura de los transportes fluviales? ¿Cuáles son los marineros que tripulan los mil buques que enarbolan en sus mástiles la bandera argentina y hasta los tripulantes de nuestros buques de guerra? Son los italianos descendientes de los antiguos ligurios, los compatriotas del descubridor del Nuevo Mundo…”
“Extraña esta exclusión cuanto de los ochenta mil italianos que pueblan nuestro suelo sólo una mitad se han fijado en Buenos Aires, hallándose diseminado el resto en las diversas ciudades del litoral, y en varias partes de la campaña, donde han constituído su hogar enlazándose con las familias del país por la similitud de religión, de lengua y aún de clima. Gualeguaychú, Concepción del Uruguay, Corrientes, Paraná, deben su crecimiento a la inmigración espontánea de Italia y la población de Rosario, de Santa Fe se compone por mitad de barqueros italianos enriquecidos, que han levantado barrios enteros en las márgenes de los ríos solitarios que pueblan con sus pequeñas naves de comercio. Pero no es esto todo lo que tengo que decir respecto de la influencia benéfica de la inmigración espontánea de esa parte del Mediodía de Europa. El veinte por ciento de los depósitos del Banco de Buenos Aires corresponde a los inmigrantes italianos que nos dan este ejemplo del capital acumulado por el ahorro, y giran a sus parientes lejanos para trasladarlos a su nueva patria por un valor que no baja de medio millón de pesos fuertes, según se ha demostrado en un notable escrito sobre la inmigración italiana publicado recientemente en Génova…”.
“El hombre enérgico que emigra por su libre y espontánea voluntad, que elige su nueva patria por un acto deliberado, que viene con sus brazos libres, con su capital propio, puede ejercitar su libertad de acción en campo más vasto, con más medios y mejor resultado que el que obedeciendo a impulsión extraña, viene atado a un contrato, sin contar con más recursos que los que la munificencia del gobierno le otorga, o el interés de la especulación le anticipa. Ese hombre libre, encontrando fácil la adquisición de la tierra, empleará una parte de su peculio en hacerse propietario, y será agricultor por conveniencia, y a su vez será un centro de atracción para los parientes y amigos de la patria lejana. Y si no tiene capital, si pide su sustento al salario, economizará y será propietario más tarde, ya individualmente, ya sea produciendo por afinidades la creación de colonias espontáneas, hijas del trabajo libre, para las cuales la tierra será madre y no madrastra… Dejemos que los grandes destinos de la inmigración se cumplan por las leyes que los rigen y les dan aliento de la vida…”»




Adolfo Mitre, Italia en el sentir y pensar de Mitre. Buenos Aires: Asociación Dante Alighieri, 1960.

En las fotografías:
Bartolomé Mitre en su casa.
Bartolomé Mitre, Julio A. Roca y otras autoridades en la inauguración del monumento a Garibaldi, 19 de junio de 1904. Foto del Museo Mitre.

domingo, 18 de diciembre de 2016

L'Argentina e l'emigrazione italiana, de Dionisio Petriella (después de 1950)



                     Quelli che tornano


«Questi cenni sull’Argentina spiegano per se stessi come la gran Repubblica Sudamericana sia considerata una terra particularmente adatta per ricevere l’emigrazione italiana e come il popolo della penisola abbia salutato con viva gioia il riaprirsi della corrente emigratoria verso il Rio de la Plata. Pure sono numerosi gli emigranti che tornano in Patria dopo pochi mesi, delle volte pochi giorni, scontenti e delusi. Quali ne sono le cause? Sono esse sufficienti a sconsigliare radicalmente l’emigrazione? Sono suscettibili di correzioni? Cercherò di rispondere brevemente.
Ma cominciamo dal ricordare queste cause: Esse consistono principalmente nelle difficoltà per risolvere il problema dell’abitazione; nel continuo aumento del costo della vita; nelle difficoltà per aiutare i familiari in Italia e poi in un insieme di cause che per il momento io chiamerò “inidoneità dell’emigrante”.
[...]
Abbiamo esaminato alcune cause negative per la nostra emigrazione in Argentina, però tra coloro che ne tornano scontenti, e sono parecchi, ben pochi si riferiscono a queste cause. La maggior parte parla del clima, l’aria, l’acqua, il carattere della gente ed altre circostanze tanto vaghe come inconsistenti.
Allora perché torna questa gente che partí con tante speranze, con tante illusioni? Precisamente per un eccesso di illusioni alla partenza. Se rimontiamo un pò indietro nel tempo e risaliamo agli inizi dell’attuale ripresa emigratoria in Argentina, troveremo che questa fu dominata per lungo tempo da due elementi: uno di repulsione per l’Italia, dovuto al fresco ricordo della terribile guerra, il timore di una prossima, il disagio per le convulsioni sociali sempre più violente, ed uno di attrazione per l’Argentina, considerata come un nuovo eldorado. Ci fu una vera corsa all’emigrazione e che successe? Che non partirono i più adatti alla nuova vita transoceanica ma i più capaci di entrare nelle liste dei partenti, circostanze non solamente non coincidenti, ma frequentemente discordante perchè l’uomo di lavoro non è il più propenso alle trafile burocratiche. Sotto l’etichetta di agricoltore, muratore, meccanico, ebanista, sono arrivati in America molti avvocati, professori o altri intellettuali, il che è stato poco male ma il guaio è che sono arrivati anche molti fannulloni, senza mestieri, attaccabrighe. Questa gente finisce col tornare indietro, ma dopo aver fatto un danno irreparabile all’Italia. Io chiedo spesso lavoro per operai italiani che mi vengono raccomandati da amici della Penisola; ma invariabilmente mi sento domandare: italiani di prima o d’adesso? Se rispondo italiani di prima, cioè arrivati in Argentina nell’anteguerra, va tutto bene; ma se rispondo italiano recién llegado (arrivato da poco), cominciano le riserve e i cavilli. Come sempre, insomma, pagano i buoni per i cattivi.
In conclusione conviene o non conviene emigrare in Argentina? In termini generali io considero ancora che una sana corrente emigratoria sia benefica per l’Italia, per l’Argentina, e per gli individui che emigrano. Che s’intende per corrente emigratoria sana? Quella di chi ha buone probabilità di trovarsi bene in America! E questa una determinazione che solamente l’interessato può fare perchè solo lui conosce le sue circostanze personali. D’accordo con quello che ho detto finora, in generale si può dire che sono circostanze favorevoli: la qualità di agricoltore o operaio tecnico, l’età giovanile, l’intenzione di risiedere stabilmente in Argentina, l’assenza di familiari da mantenere in Italia, l’assenza di ideologie estremiste e poi le comuni qualità di successo nella vita: buona salute, amore al lavoro, forza di volontà, carattere pacifico, ecc.
Chi possiede in buona misura queste qualità s’imbarchi pure tranquillo, e porti con sè le sue speranze, perchè di speranze è fatta la vita, ma sia moderato in esse. L’Argentina ormai è entrata decisamente nel novero delle grandi nazioni moderne, nelle quali la vita finisce con l’avere dovunque caratteristiche analoghe. Ma la scarsa densità demografica in relazione alla potenzialità delle risorse del suo territorio, i suoi sani principi istituzionali, la formazione etnica e il costume della sua popolazione, fanno ancor oggi dell’Argentina il paese ideale per l’emigrante italiano.»


Dionisio Petriella, L’Argentina e l’emigrazione italiana. Con prefazione di Vittorio Emanuele Orlando. Buenos Aires: Asociación Dante Alighieri, 1950-1951 (?)


Ha pasado la nostalgia, de Gastón Gori (1950)



«En el artículo “La nostalgia en América” que Sarmiento publicó el 24 de enero de 1881 en El Nacional, para esclarecer la falsa posición de los inmigrantes que se consideraban, con orgullo combativo, extranjeros, exaltando la superioridad de los países de Europa de donde procedían, concluyó por decir que “el patriotismo por recuerdo, es simplemente una enfermedad que se llama nostalgia”. Reducía así el origen de tantos conflictos que planteaban en América y principalmente en Argentina, a un sentimiento de añoranza, que desviaba la justa apreciación de nuestra realidad y de la misión que debían cumplir los que llegaban para establecerse en nuestro territorio, cuyo destino, en definitiva, era asimilarse a la nación y robustecerla participando tanto en las tareas del campo, de las industrias, etc., como en la aspiración de mejorar o afianzar las instituciones organizadas según nuestro régimen constitucional. Si la nostalgia en las ciudades influía para que se agruparan los extranjeros en las que se llamaran colonias –de los españoles, italianos, etc. – no era menos profunda en los inmigrantes desparramados en el territorio, ya formaran colonias agrícolas o se mantuvieran individuos aislados en campos o pueblos. Y cuando penetraban en zonas inhospitalarias como las del Chaco, la nostalgia fué calificada por Peyret de tremenda.
Sentimiento tan general pudo caracterizar una época pues millones de hombres vivían en el país con el recuerdo de una tierra lejana y aferrados al deseo de hacerla amar por sus hijos ya exaltándola en la vida doméstica, prohijando una instrucción primaria distinta de la argentina o pretendiendo hacer que primara la condición de extranjeros, como privilegio, en todos sus conflictos. Decía Sarmiento “La nostalgia, que es la enfermedad de la patria ausente, va producir desórdenes por patriotismo mal satisfecho, y acaso la insolencia que trae consigo la soberbia, cuando mejoramos grandemente de condiciones y queremos enseñorearnos de los demás. La nostalgia se cura con el tiempo”, y concluía: “aguardemos a que pase la nostalgia”.
Y la curó el tiempo. Ha pasado la nostalgia. Aquellos millones de extranjeros que mientras araban nuestra tierra, engrandecían las industrias, comerciaban, etc., hacían de su nacionalidad de origen un derecho irrenunciable como si en ello les fuera el honor, cumplieron el ciclo inevitable: trabajaron, vivieron, y al entregar sus cuerpos al seno de la tierra, dejaron descendencia argentina en posesión de sus bienes e incorporada a la vida del país en todos sus órdenes. La nostalgia murió con ellos. En toda la dimensión de nuestra patria, –si se me permite la imagen– comparándola con una amplísima nube sutil, fué descendiendo absorbida por el suelo, y dejó despejada la clara ruta de la nación marchando hacia el destino que le señala su historia, sus tradiciones, sus ideales y el conjunto de posibilidades presentes, sin más conflictos internos que los que se plantean en todo país vigoroso y vigilante de su actualidad y de su futuro.
Porque ha pasado la nostalgia de inmigrantes por millones, podemos ahora estudiar a ese hombre europeo que nos llegara atraído en cumplimiento del programa de 1853. El panorama es amplio, frondosa la documentación y llena de dificultades la tarea, por la particularidad del tema, por hallarse en muchos archivos oficiales o particulares los papeles y sin una bibliografía numerosa orientada en ese aspecto. Quizá sea indispensable la preocupación de muchos para que se cuente con veinte o treinta libros, escritos desde todas las provincias argentinas que ofrezcan elementos para fundamentar un estudio de carácter general, de síntesis, que aclare o permita una definición del argentino actual, distinto de aquel que cantara Hernández pero que, no obstante, conserva su raíz.»


Gastón Gori, La pasado la nostalgia. Santa Fe: Librería y Editorial Colmegna, 1950.


sábado, 17 de diciembre de 2016

Colonización. Estudio histórico y social de la colonia Humboldt, de Gastón Gori (1948)




«La pampa desolada era problema agudo, por eso, en la Constitución, expresamente se estableció: “fomentar la inmigración” y ese sólo precepto nacido de una imperiosa necesidad, encarnó las aspiraciones de la política de oposición al antiguo régimen; y los hombres del 53 y los que les siguieron en el desarrollo económico del país, concentraron en el problema tanta atención, que en un momento dado, no se hablaba de otra cosa que no fuera de abrir las puertas a los inmigrantes para que uniesen sus esfuerzos en el común trabajo de crear nuestra economía agraria como fundamento principal de la vida del estado, ese entonces. Nunca se dice de manera preponderante: “fundar pueblos”, sino crear colonias, arar la tierra. Porque ese era el camino, de tal manera, no nacerían como fin primordial nuevos pueblos en la llanura, sino colonias de gente que se dedicaría a la agricultura, sobreentendiéndose que la convivencia y el comercio harían lo demás. Pero se comete hasta ahora un error cuando se dice por ejemplo: fundación de Esperanza, fundación de Humboldt refiriéndose a la población donde actualmente se asientan esa ciudad y este pueblo. Y el error estriba en no seguir la visión histórica del pensamiento que les dio origen. Porque históricamente no existe una fundación de la ciudad de Esperanza, ni existe una fundación del pueblo Humboldt.
El pensamiento y el programa realizado es inverso y debe considerarse siempre en primer término el establecimiento de la colonia agrícola porque eso es lo que se hizo: fundar colonias, es decir, delinear grandes cantidades de tierras donde trabajaran colonos. La colonia, y el campesino eran lo fundamental y se comprende bien esto cuando se recuerda que al fomentarse la inmigración, se quería por sobre todo, desarrollar la agricultura, hacer que se trabajaran los campos, que se dominara el desierto. Ese era el pensamiento que regía a los gobernantes cuando daban tierras en concesión y ese debió ser siempre el de los que delineaban en la pampa establecimientos agrícolas. Porque nótese que cuando se crea una población en la frontera avanzada, antes de 1853, es siempre una guarnición militar que está rodeada del desierto improductivo. Así se creaban ciudades en la antigüedad romana y así las fundaron los españoles en Sud América después de plantar el rollo simbólico; así también se fundaron en nuestra provincia el fuerte de Melincué, San José de la Esquina, etc., que eran poblaciones de defensa contra los indios y que nunca araron ni levantaron verdaderas cosechas. Pero esa agrupación en el desierto no era lo que vendría después. Ya no interesaba crear una guarnición, ni un poblado similar a los antiguos, sino poner en movimiento los recursos naturales, dar la tierra en grandes extensiones para que fuera cultivada y luchar contra el desierto a golpe de reja, a filo de guadaña.
Para eso se facilitó la concertación de contratos sobre tierras con Brougnez en Corrientes, con Castellanos y Beck-Herzog, etc., en Santa Fe. De manera que ellos fundarían colonias en las que estaba cifrada la fuerza de una nueva fe civil: la prosperidad del Estado levantada por el hombre de campo. Con este panorama general, podremos comprender mejor que Humboldt es antes que nada, para nuestra historia, una colonia cuyos orígenes buscaremos en documentos inéditos; y como pueblo, la agrupación de casas en el centro, con iglesisas, comisaría, escuelas, correos, vecinos, etc., es una resultante del trabajo en el campo y de la necesidad de comerciar y tener un centro próximo a todos los ranchos donde vivían los agricultores, para poder concurrir a los oficios divinos, a las aulas escolares, a demandar justicia y a comerciar, y más tarde, a vivir disfrutando algunos del enriquecimiento proporcionado por el trabajo.»



Gastón Gori. Colonización. Estudio histórico y social de la colonia Humboldt. Santa Fe: Librería Colmegna, 1948.

Fotografías:
Segadora atadora en trabajo (Colonia Humboldt). Autor: Ernesto Helmuth Schlie (1888).
Gaston Gori.